Mi pare siano di Vincenzo Monti questi
versi e mi sono ritornati in mente il
2 giugno, nel giorno che il presidente
Ciampi ha voluto di nuovo festa nazionale,
"festa della Repubblica". Per
un settantacinquenne come me, che ha trascorso
la sua fanciullezza e la sua giovinezza
in un certo periodo del secolo scorso,
è stato un richiamo a ricordi e
a pensieri di quei tempi e confesso che
non mi è dispiaciuto. Il pensiero
della "patria" è tutt'altro
che negativo e i sentimenti che in noi
ragazzini suscitavano il tricolore, i
racconti delle guerre d'Indipendenza (mio
nonno è stato garibaldino a Mentana)
o il tono commosso che talvolta aveva
mio padre, quando ricordava episodi o
luoghi della prima guerra mondiale, facevano
parte di una formazione civica, che poi
mi è stato dato - e me ne sento
gratificato - di ampliare e approfondire
negli anni di Ginnasio e Liceo, quando
lo studio di poeti come Alfieri o Parini
o Foscolo o Pellico o Manzoni, che poi
risalivano a Petrarca e a Dante sapevano
trasmetterci quel senso di "amor
di patria" così efficace nel
formare un cittadino. E questo, si noti,
è in me accaduto pur avendo io
trascorso la mia prima adolescenza e la
mia giovinezza in Seminario, nel Seminario
Minore a Cagli prima, nel Seminario Maggiore
a Fano poi. L'educazione ricevuta in Seminario
- nel quale ho avuto quali superiori o
insegnanti dei preti che avevano rilievo
anche nel campo socio-politico (penso
a un Mons.Giuseppe Palazzini, a un Mons.
Giuseppe Verzini e a Don Giuseppe Celli
morto nel campo di concentramento a Mathausen)
non ha spento certi sentimenti: li ha
caso mai arricchiti di un senso forte
e convinto di libertà. Ricorderò
sempre, come una di quelle esperienze
che lasciano un segno indelebile nella
propria vita, l'impressione straordinaria
provata l'8 settembre 1943, quando mi
è parso di sentire, persino "fisicamente",
che cosa vuol dire sentirsi liberi di
esprimere con tutti, a voce alta, in luogo
pubblico, ciò che tu senti dentro
nel valutare e giudicare gli avvenimenti
politici della società: un sentimento
che poi è cresciuto e maturato,
naturalmente, nella esperienza concreta
del vivere democratico.
L'esperienza ha poi evidenziato limiti
e debolezze umane, che rischiano di erodere
alla base la bontà e la validità
di certi principi ideali (spirito di parte,
arrivismo, carrierismo, opportunismo,
indifferenza,...). Già il poeta
Vincenzo Monti aggiungeva a quei versi
che quell'amor "sacro e perfetto"...
"a mille riempie la bocca, a dieci
il petto". Pazienza!
Ma queste constatazioni non hanno mai
suscitato in me nostalgie di ritorni a
situazioni di dittatura o a patriottismi
di marca imperialista o razziale.
Sono lieto di aver partecipato alla manifestazione
del 2 giugno; confesso di aver provato
viva commozione nell'ascoltare l'inno
di Mameli e nel veder salire, dietro il
Monumento ai caduti della mia città,
il tricolore italiano. Mi ha reso di nuovo
fiducioso l'ascolto di due interventi
da parte di studenti della nostra città:
quello di un ragazzo delle Scuole Medie
e quello di una studentessa del nostro
Liceo. Li ho trovati così giusti
e calibrati, che ho chiesto alla redazione
del nostro giornalino di pubblicarli qui
di seguito, come esempio di quella che
deve essere vera "educazione civica".
Lino Ricci
La Repubblica Italiana
Nel dicembre del 1945
il governo Parri cadde e gli successe
il leader della Democrazia Cristiana,
Alcide De Gasperi, che rimase ininterrottamente
Presidente del Consiglio fino al 1953.
De Gasperi era un uomo politico di alta
capacità che perseguì
con successo vari scopi: legare strettamente
l'Italia agli Stati Uniti, perseguire
una politica estera di netta impronta
antisovietica e una politica interna
di netta impronta anticomunista, dare
all'antifascismo un'intonazione moderata,
in modo da ridurre al minimo le innovazioni
di carattere politico e sociale.
Tuttavia la richiesta
di rinnovamento che saliva dal paese,
soprattutto da parte degli operai, era
di tale entità che si imponeva
a quasi tutti gli uomini politici. Quasi
tutti ritenevano che il popolo italiano
dovesse eleggere una Assemblea Costituente
che donasse all'Italia una nuova Costituzione
in sostituzione dello Statuto Albertino
del 1848. I moderati e De Gasperi, al
contrario dei partiti di sinistra, vollero
che il popolo fosse chiamato a giudicare
con un referendum se riteneva la monarchia,
che si era compromessa col fascismo,
ancora adatta a reggere il paese.
Il 2 giugno del 1946 è sicuramente
una data storica per la nostra nazione.
In questo giorno infatti il popolo italiano
fu chiamato a esprimere, attraverso
un referendum, la propria preferenza
per la monarchia o per la repubblica.
Questa consultazione politica è
di importanza storica per diversi motivi:
innanzi tutto perché ha consegnato
all'Italia un governo repubblicano dopo
quasi 100 anni di monarchia dei Savoia
e perché le donne, per la prima
volta, sono state ammesse ad una votazione
politica. Contemporaneamente il popolo
italiano dovette anche eleggere l'Assemblea
Costituente.
Il referendum vide la vittoria di misura
della repubblica, mentre le elezione
per l'Assemblea Costituente sancirono
la schiacciante prevalenza dei tre partiti
detti di massa: il democristiano, il
socialista e il comunista.
Il 2 giugno 1946 l'Italia divenne una
repubblica e il 28 dello stesso mese
Enrico De Nicola fu eletto Presidente
provvisorio della Repubblica Italiana
dalla Costituente.
La Costituzione
I 75 membri dell'Assemblea Costituente
lavorarono alacremente per un anno e
mezzo, e il 1 gennaio 1948 entrò
in vigore la Costituzione repubblicana,
che è ancora la nostra.
Dopo una discussione in cui si alternarono
più di 200 oratori e in cui si
registrarono più di 1000 interventi,
si giunse al testo definitivo strutturato
in 139 articoli e 18 disposizioni transitorie.
Nonostante la rottura politica che incrinò
l'unità tra i partiti antifascisti,
la Carta Costituzionale si fondò
sull'equilibrio armonico fra tre grandi
filoni politico-culturali: la tradizione
democratico-liberale, che lasciò
la sua impronta nel riconoscimento del
valore assoluto dei diritti dell'uomo;
l'accentuazione dei principi di giustizia
sociale, che avevano animato larga parte
della storia del movimento operaio;
lo slancio solidaristico e comunitario
che da sempre aveva segnato le battaglie
politiche dei cattolici. Più
in particolare, un armonico equilibrio
tra queste tre componenti fu trovato
nella prima parte della Costituzione:
di netta matrice liberale è infatti
l'affermazione delle libertà
politiche e civili, della sovranità
popolare, delle garanzie democratiche
offerte dalla separazione e dalla reciproca
autonomia tra i tre poteri principali
(esecutivo, legislativo, giudiziario);
al filone socialista può essere
ascritto il merito del riconoscimento
dell'importanza del diritto al lavoro,
dell'organizzazione sindacale, del diritto
di sciopero; a quello cattolico l'esplicita
previsione dell'intervento dello Stato
per la tutela dei soggetti sociali più
deboli, l'insistenza sulla funzione
sociale della proprietà privata,
l'enfasi posta sulla piccola proprietà
contadina.
I primi dodici articoli contengono,
così, le norme programmatiche
e i principi che maggiormente innovano
nei confronti del vecchio Statuto Albertino:
il lavoro come fondamento dell'Italia
repubblicana, la previsione delle autonomie
e del decentramento amministrativo,
la libertà di culto e l'uguaglianza
delle varie confessioni religiose davanti
alla legge, il ripudio della guerra
come strumento per la risoluzione delle
controversie internazionali.
A questa sintesi storica la studentessa
ha aggiunto anche una nota, per sottolineare
che nel 2 giugno 1946 le donne furono
in Italia chiamate per la prima volta
a esprimere il loro voto. Crediamo utile
pubblicare anche questa nota.
Art. 3 - Tutti i cittadini
hanno pari dignità sociale e
sono uguali davanti alla legge senza
distinzione di sesso, razza, lingua,
religione, opinioni politiche, condizioni
personali e sociali.
Art. 37 - La donna lavoratrice ha gli
stessi diritti a parità di lavoro
e le stesse retribuzioni che spettano
al lavoratore. Le condizioni di lavoro
devono consentire l'adempimento della
sua essenziale funzione familiare e
assicurare alla madre e al bambino una
adeguata protezione.
Art. 48 - Sono elettori tutti i cittadini,
uomini e donne che hanno raggiunto la
maggiore età.
Così recita la nostra Costituzione:
uomo e donna sono uguali, hanno le stesse
libertà e soprattutto gli stessi
diritti; ma tale eguaglianza è
una conquista recente dell'ordinamento
italiano visto che fu proprio il 2 giugno
1946 che le donne votarono per la prima
volta poiché per la prima volta
fu riconosciuto loro tale fondamentale
diritto.
Per raggiungere questo risultato è
stata necessaria l'azione di molti decenni
di un movimento, il femminismo, che
si è battuto per l'emancipazione
della donna; per molti secoli è
esistita una profonda e grave discriminazione
nei confronti della figura femminile,
sfruttata, sottomessa, relegata solo
all'ambiente domestico col ruolo di
madre e di moglie e la sua storia è
rimasta spesso all'ombra dell'altra
storia, fatta di imprese, idee e rivoluzioni
che hanno visto l'uomo unico protagonista.
L'inferiorità biologica, psicologica
e civile sancita dalla società
maschilista e patriarcale è stata
sfidata con il sorgere della coscienza
femminile in concomitanza con l'affermarsi
della borghesia e del pensiero liberale
illuminista e con lo sviluppo, un secolo
dopo, di una nuova mentalità
legata alla realtà industriale.
Questo processo interessò l'Italia
dalla seconda metà del 1800,
con la nascita del femminismo storico
che si batté per l'emancipazione,
per l'uguaglianza giuridica e il riconoscimento
dei diritti civili e politici. Nonostante
le diffidenze iniziali del Partito Socialista
venne approvato un progetto di legge
di tutela del lavoro della donna e nel
1908 si riunì il primo Congresso
delle Donne Italiane per la conquista
del diritto di voto, ma senza risultati.
Nel 1922 il Parlamento approvò
la legge che estendeva alla donne il
voto amministrativo ma troppo tardi:
il Fascismo al potere lo concesse immediatamente
prima che le elezioni amministrative
fossero abolite; mentre nel resto d'Europa
e del mondo le donne in Nuova Zelanda
votavano già dal 1893, in Finlandia
dal 1907, in America dal 1920, in U.R.S.S.
dal 1922, in Italia solo 55 anni fa,
dal 2 giugno 1946, le donne eleggevano,
finalmente al pari degli uomini, l'Assemblea
Costituente facendo valere i loro diritti
di scelta verso la monarchia o lo Stato
repubblicano.
21 donne furono elette nel primo Parlamento
della Repubblica Italiana e da questa
fondamentale occasione, che ha segnato
il raggiungimento di un obiettivo perseguito
con anni di lotte e opposizioni al dominio
maschile, il cammino successivo è
stato quello di una sempre crescente
integrazione sociale ed istituzionale.
Dal 1960 il nuovo femminismo si è
mosso verso nuovi riconoscimenti e successivi
momenti di equiparazione: dal 1950,
con la legge di congedo per la maternità,
fino al 1975, con la riforma del diritto
di famiglia, passando per il riconoscimento
del diritto di ammissione a tutte le
professioni del 1960, all'ammissione
alla magistratura del 1961, all'abolizione
della norma che prevedeva il possibile
licenziamento in caso di matrimonio
del 1962.
Oggi in Italia il numero delle donne
occupate è in aumento: la crescita
della forza lavoro femminile è
legata allo sviluppo del settore dei
servizi e alla diffusione di un livello
di istruzione medio-alto.
Di fatto però esiste ancora una
disparità nelle possibilità
di carriera in alcuni settori e, se
nel nostro governo esiste tutt'oggi
un Ministero che si occupa in maniera
specifica di garantire pari opportunità
all'uomo e alla donna, significa che
in questo campo c'è ancora molto
da fare.
Monica Paolini
(5° Liceo Scientifico -
Pergola)
La vittoria al Referendum
del 2 giugno '46 della Repubblica sancisce
il trionfo della DEMOCRAZIA, unica forma
di governo a garanzia delle libertà
fondamentali dell'uomo, come afferma
in questo brano del V e IV sec. a. C.
il grande storico Tucidide.
"Noi abbiamo una
costituzione che non ha nulla da invidiare
alla legislazione dei vicini; anzi,
più che imitare gli altri siamo
noi modello per alcuni. Questa costituzione
si chiama democrazia, perché
realizza la politica a favore della
maggioranza e non a vantaggio di un
gruppo ristretto, e per legge a tutti
spetta uguaglianza di fronte a divergenze
private, e nella valutazione ciascuno,
in base alla notorietà che gode
in qualche campo, viene eletto alle
pubbliche cariche per le sue capacità,
non per l'appartenenza a questo o a
quel partito; d'altra parte nessuno,
anche se è povero, purché
abbia la possibilità di far del
bene allo Stato, ne viene impedito a
causa della modesta condizione sociale
da cui proviene. Viviamo da cittadini
liberi, pieni di comprensione nei rapporti
privati, ma con intransigente rispetto
delle leggi in campo politico e sociale:
diamo ascolto a chi man mano è
al governo e rispettiamo le leggi, in
particolare quelle fatte per soccorrere
i deboli che subiscono delle ingiustizie,
e quelle morali che, sebbene non scritte,
comportano per chi le viola un indiscutibile
disonore".
(da Storia delle guerra del Peloponneso,
II, 37, Milano, Rizzoli, 1985)
Raffaele Gentili
(3^ Media di Pergola)
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