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Le celebrazioni patriottiche del 2 giugno 2001
Della patria l'amor santo e perfetto...

 
Mi pare siano di Vincenzo Monti questi versi e mi sono ritornati in mente il 2 giugno, nel giorno che il presidente Ciampi ha voluto di nuovo festa nazionale, "festa della Repubblica". Per un settantacinquenne come me, che ha trascorso la sua fanciullezza e la sua giovinezza in un certo periodo del secolo scorso, è stato un richiamo a ricordi e a pensieri di quei tempi e confesso che non mi è dispiaciuto. Il pensiero della "patria" è tutt'altro che negativo e i sentimenti che in noi ragazzini suscitavano il tricolore, i racconti delle guerre d'Indipendenza (mio nonno è stato garibaldino a Mentana) o il tono commosso che talvolta aveva mio padre, quando ricordava episodi o luoghi della prima guerra mondiale, facevano parte di una formazione civica, che poi mi è stato dato - e me ne sento gratificato - di ampliare e approfondire negli anni di Ginnasio e Liceo, quando lo studio di poeti come Alfieri o Parini o Foscolo o Pellico o Manzoni, che poi risalivano a Petrarca e a Dante sapevano trasmetterci quel senso di "amor di patria" così efficace nel formare un cittadino. E questo, si noti, è in me accaduto pur avendo io trascorso la mia prima adolescenza e la mia giovinezza in Seminario, nel Seminario Minore a Cagli prima, nel Seminario Maggiore a Fano poi. L'educazione ricevuta in Seminario - nel quale ho avuto quali superiori o insegnanti dei preti che avevano rilievo anche nel campo socio-politico (penso a un Mons.Giuseppe Palazzini, a un Mons. Giuseppe Verzini e a Don Giuseppe Celli morto nel campo di concentramento a Mathausen) non ha spento certi sentimenti: li ha caso mai arricchiti di un senso forte e convinto di libertà. Ricorderò sempre, come una di quelle esperienze che lasciano un segno indelebile nella propria vita, l'impressione straordinaria provata l'8 settembre 1943, quando mi è parso di sentire, persino "fisicamente", che cosa vuol dire sentirsi liberi di esprimere con tutti, a voce alta, in luogo pubblico, ciò che tu senti dentro nel valutare e giudicare gli avvenimenti politici della società: un sentimento che poi è cresciuto e maturato, naturalmente, nella esperienza concreta del vivere democratico.
L'esperienza ha poi evidenziato limiti e debolezze umane, che rischiano di erodere alla base la bontà e la validità di certi principi ideali (spirito di parte, arrivismo, carrierismo, opportunismo, indifferenza,...). Già il poeta Vincenzo Monti aggiungeva a quei versi che quell'amor "sacro e perfetto"... "a mille riempie la bocca, a dieci il petto". Pazienza!
Ma queste constatazioni non hanno mai suscitato in me nostalgie di ritorni a situazioni di dittatura o a patriottismi di marca imperialista o razziale.
Sono lieto di aver partecipato alla manifestazione del 2 giugno; confesso di aver provato viva commozione nell'ascoltare l'inno di Mameli e nel veder salire, dietro il Monumento ai caduti della mia città, il tricolore italiano. Mi ha reso di nuovo fiducioso l'ascolto di due interventi da parte di studenti della nostra città: quello di un ragazzo delle Scuole Medie e quello di una studentessa del nostro Liceo. Li ho trovati così giusti e calibrati, che ho chiesto alla redazione del nostro giornalino di pubblicarli qui di seguito, come esempio di quella che deve essere vera "educazione civica".

Lino Ricci

La Repubblica Italiana

Nel dicembre del 1945 il governo Parri cadde e gli successe il leader della Democrazia Cristiana, Alcide De Gasperi, che rimase ininterrottamente Presidente del Consiglio fino al 1953.
De Gasperi era un uomo politico di alta capacità che perseguì con successo vari scopi: legare strettamente l'Italia agli Stati Uniti, perseguire una politica estera di netta impronta antisovietica e una politica interna di netta impronta anticomunista, dare all'antifascismo un'intonazione moderata, in modo da ridurre al minimo le innovazioni di carattere politico e sociale.

Tuttavia la richiesta di rinnovamento che saliva dal paese, soprattutto da parte degli operai, era di tale entità che si imponeva a quasi tutti gli uomini politici. Quasi tutti ritenevano che il popolo italiano dovesse eleggere una Assemblea Costituente che donasse all'Italia una nuova Costituzione in sostituzione dello Statuto Albertino del 1848. I moderati e De Gasperi, al contrario dei partiti di sinistra, vollero che il popolo fosse chiamato a giudicare con un referendum se riteneva la monarchia, che si era compromessa col fascismo, ancora adatta a reggere il paese.
Il 2 giugno del 1946 è sicuramente una data storica per la nostra nazione. In questo giorno infatti il popolo italiano fu chiamato a esprimere, attraverso un referendum, la propria preferenza per la monarchia o per la repubblica. Questa consultazione politica è di importanza storica per diversi motivi: innanzi tutto perché ha consegnato all'Italia un governo repubblicano dopo quasi 100 anni di monarchia dei Savoia e perché le donne, per la prima volta, sono state ammesse ad una votazione politica. Contemporaneamente il popolo italiano dovette anche eleggere l'Assemblea Costituente.
Il referendum vide la vittoria di misura della repubblica, mentre le elezione per l'Assemblea Costituente sancirono la schiacciante prevalenza dei tre partiti detti di massa: il democristiano, il socialista e il comunista.
Il 2 giugno 1946 l'Italia divenne una repubblica e il 28 dello stesso mese Enrico De Nicola fu eletto Presidente provvisorio della Repubblica Italiana dalla Costituente.

La Costituzione
I 75 membri dell'Assemblea Costituente lavorarono alacremente per un anno e mezzo, e il 1 gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione repubblicana, che è ancora la nostra.
Dopo una discussione in cui si alternarono più di 200 oratori e in cui si registrarono più di 1000 interventi, si giunse al testo definitivo strutturato in 139 articoli e 18 disposizioni transitorie.
Nonostante la rottura politica che incrinò l'unità tra i partiti antifascisti, la Carta Costituzionale si fondò sull'equilibrio armonico fra tre grandi filoni politico-culturali: la tradizione democratico-liberale, che lasciò la sua impronta nel riconoscimento del valore assoluto dei diritti dell'uomo; l'accentuazione dei principi di giustizia sociale, che avevano animato larga parte della storia del movimento operaio; lo slancio solidaristico e comunitario che da sempre aveva segnato le battaglie politiche dei cattolici. Più in particolare, un armonico equilibrio tra queste tre componenti fu trovato nella prima parte della Costituzione: di netta matrice liberale è infatti l'affermazione delle libertà politiche e civili, della sovranità popolare, delle garanzie democratiche offerte dalla separazione e dalla reciproca autonomia tra i tre poteri principali (esecutivo, legislativo, giudiziario); al filone socialista può essere ascritto il merito del riconoscimento dell'importanza del diritto al lavoro, dell'organizzazione sindacale, del diritto di sciopero; a quello cattolico l'esplicita previsione dell'intervento dello Stato per la tutela dei soggetti sociali più deboli, l'insistenza sulla funzione sociale della proprietà privata, l'enfasi posta sulla piccola proprietà contadina.
I primi dodici articoli contengono, così, le norme programmatiche e i principi che maggiormente innovano nei confronti del vecchio Statuto Albertino: il lavoro come fondamento dell'Italia repubblicana, la previsione delle autonomie e del decentramento amministrativo, la libertà di culto e l'uguaglianza delle varie confessioni religiose davanti alla legge, il ripudio della guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali.
A questa sintesi storica la studentessa ha aggiunto anche una nota, per sottolineare che nel 2 giugno 1946 le donne furono in Italia chiamate per la prima volta a esprimere il loro voto. Crediamo utile pubblicare anche questa nota.

Art. 3 - Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.
Art. 37 - La donna lavoratrice ha gli stessi diritti a parità di lavoro e le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una adeguata protezione.
Art. 48 - Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne che hanno raggiunto la maggiore età.
Così recita la nostra Costituzione: uomo e donna sono uguali, hanno le stesse libertà e soprattutto gli stessi diritti; ma tale eguaglianza è una conquista recente dell'ordinamento italiano visto che fu proprio il 2 giugno 1946 che le donne votarono per la prima volta poiché per la prima volta fu riconosciuto loro tale fondamentale diritto.
Per raggiungere questo risultato è stata necessaria l'azione di molti decenni di un movimento, il femminismo, che si è battuto per l'emancipazione della donna; per molti secoli è esistita una profonda e grave discriminazione nei confronti della figura femminile, sfruttata, sottomessa, relegata solo all'ambiente domestico col ruolo di madre e di moglie e la sua storia è rimasta spesso all'ombra dell'altra storia, fatta di imprese, idee e rivoluzioni che hanno visto l'uomo unico protagonista.
L'inferiorità biologica, psicologica e civile sancita dalla società maschilista e patriarcale è stata sfidata con il sorgere della coscienza femminile in concomitanza con l'affermarsi della borghesia e del pensiero liberale illuminista e con lo sviluppo, un secolo dopo, di una nuova mentalità legata alla realtà industriale. Questo processo interessò l'Italia dalla seconda metà del 1800, con la nascita del femminismo storico che si batté per l'emancipazione, per l'uguaglianza giuridica e il riconoscimento dei diritti civili e politici. Nonostante le diffidenze iniziali del Partito Socialista venne approvato un progetto di legge di tutela del lavoro della donna e nel 1908 si riunì il primo Congresso delle Donne Italiane per la conquista del diritto di voto, ma senza risultati.
Nel 1922 il Parlamento approvò la legge che estendeva alla donne il voto amministrativo ma troppo tardi: il Fascismo al potere lo concesse immediatamente prima che le elezioni amministrative fossero abolite; mentre nel resto d'Europa e del mondo le donne in Nuova Zelanda votavano già dal 1893, in Finlandia dal 1907, in America dal 1920, in U.R.S.S. dal 1922, in Italia solo 55 anni fa, dal 2 giugno 1946, le donne eleggevano, finalmente al pari degli uomini, l'Assemblea Costituente facendo valere i loro diritti di scelta verso la monarchia o lo Stato repubblicano.
21 donne furono elette nel primo Parlamento della Repubblica Italiana e da questa fondamentale occasione, che ha segnato il raggiungimento di un obiettivo perseguito con anni di lotte e opposizioni al dominio maschile, il cammino successivo è stato quello di una sempre crescente integrazione sociale ed istituzionale.
Dal 1960 il nuovo femminismo si è mosso verso nuovi riconoscimenti e successivi momenti di equiparazione: dal 1950, con la legge di congedo per la maternità, fino al 1975, con la riforma del diritto di famiglia, passando per il riconoscimento del diritto di ammissione a tutte le professioni del 1960, all'ammissione alla magistratura del 1961, all'abolizione della norma che prevedeva il possibile licenziamento in caso di matrimonio del 1962.
Oggi in Italia il numero delle donne occupate è in aumento: la crescita della forza lavoro femminile è legata allo sviluppo del settore dei servizi e alla diffusione di un livello di istruzione medio-alto.
Di fatto però esiste ancora una disparità nelle possibilità di carriera in alcuni settori e, se nel nostro governo esiste tutt'oggi un Ministero che si occupa in maniera specifica di garantire pari opportunità all'uomo e alla donna, significa che in questo campo c'è ancora molto da fare.

Monica Paolini
(5° Liceo Scientifico - Pergola)

La vittoria al Referendum del 2 giugno '46 della Repubblica sancisce il trionfo della DEMOCRAZIA, unica forma di governo a garanzia delle libertà fondamentali dell'uomo, come afferma in questo brano del V e IV sec. a. C. il grande storico Tucidide.

"Noi abbiamo una costituzione che non ha nulla da invidiare alla legislazione dei vicini; anzi, più che imitare gli altri siamo noi modello per alcuni. Questa costituzione si chiama democrazia, perché realizza la politica a favore della maggioranza e non a vantaggio di un gruppo ristretto, e per legge a tutti spetta uguaglianza di fronte a divergenze private, e nella valutazione ciascuno, in base alla notorietà che gode in qualche campo, viene eletto alle pubbliche cariche per le sue capacità, non per l'appartenenza a questo o a quel partito; d'altra parte nessuno, anche se è povero, purché abbia la possibilità di far del bene allo Stato, ne viene impedito a causa della modesta condizione sociale da cui proviene. Viviamo da cittadini liberi, pieni di comprensione nei rapporti privati, ma con intransigente rispetto delle leggi in campo politico e sociale: diamo ascolto a chi man mano è al governo e rispettiamo le leggi, in particolare quelle fatte per soccorrere i deboli che subiscono delle ingiustizie, e quelle morali che, sebbene non scritte, comportano per chi le viola un indiscutibile disonore".
(da Storia delle guerra del Peloponneso, II, 37, Milano, Rizzoli, 1985)

Raffaele Gentili
(3^ Media di Pergola)

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