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LA GIUSTIZIA SPETTACOLO SOGGETTO DI UN FILM

 

Lo scorso 9 febbraio, Rete 4 ha mandato in onda, in prima serata, il film "Nel Nome del Padre", diretto nel 1993 dall'irlandese Jim Sheridan, denunziante un caso di ingiustizia di stato realmente avvenuto, compiuto da parte dei poteri britannici ai danni di un gruppo di persone la cui colpa era solo quella di essere irlandesi e di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La sera del 5 ottobre 1974 i terroristi dell'Ira - esercito repubblicano irlandese - fecero esplodere senza preavviso un ordigno in un pub a Guildford, un quartiere di Londra, provocando una strage. Ne furono ingiustamente accusate delle persone originarie di Belfast e che si erano stabilite a Londra al fine di sfuggire al caos che regnava nella capitale dell'Irlanda del Nord; tra essi Jerry Conlon (Daniel Day-Lewis) che vide con lui accusato anche il padre Giuseppe (Pete Postlethwaite). Il parlamento britannico, pochi giorni dopo l'attentato a Guildford, approvò un provvedimento che consentiva alle forze dell'ordine di trattenere per sette giorni consecutivi i presunti terroristi, senza che vi fossero prove di colpevolezza nei loro confronti: si tratta evidentemente di una legge che nulla a che vedere con una democrazia. Gli accusati, durante gli interrogatori, furono sottoposti a violenze fisiche e morali che li costrinsero a confessare crimini che non avevano commesso; vennero anche costruiti ad arte alcuni falsi indizi contro di loro da parte della polizia. Jerry e Giuseppe, dopo un processo spettacolo che li reputò colpevoli, furono rinchiusi nella stessa cella, in una prigione di Londra; restarono dentro nonostante il vero attentatore avesse confessato, poco tempo dopo, di aver piazzato quella bomba nel pub di Guildford e, rinchiuso nello stesso carcere in cui si trovavano i Conlon, continuasse a portare avanti i propri disegni criminosi. A farsi carico della loro liberazione arrivò però una donna inglese, l'avvocato Gareth Peirce (Emma Thompson); tuttavia non riuscì ad evitare la morte in prigione di Giuseppe - da annoverare l'incrollabile fede cattolica di quest'ultimo nonostante l'ingiustizia della reclusione - stroncato dalle complicazioni di una trombosi polmonare contratto in passato a Belfast, dove aveva lavorato in un laboratorio dove venivano impiegate sostanze tossiche, unica occupazione consentita ad un cattolico, essendo gli inglesi coloro che detenevano nell'Irlanda del Nord le mansioni direttive e meno logoranti. L'avvocato Peirce riuscirà a smuovere l'opinione pubblica, la stampa e la televisione - che si dimostrarono tutt'altro che asservite al potere della Corona - al fine di far pressione sul governo di Londra per la scarcerazione degli irlandesi ingiustamente reclusi; riuscirà soprattutto a rinvenire negli archivi del tribunale, nonostante i molti tentativi di impedimento, la prova dimostrante come Jerry Conlon la sera dell'attentato non si trovasse a Guilford: una testimonianza rilasciata alla polizia da un barbone irlandese che dichiarava che Jerry era con lui nel parco di Londra; questo alibi fu però tenuto volutamente nascosto dagli inquirenti, tanto che vi fu lasciato scritto l'appunto "da non mostrare alla difesa". I detenuti vennero così, dopo quindici anni, rilasciati a seguito di un sensazionale giudizio d'appello; gli agenti di polizia che estorsero loro quelle false confessioni non sono mai stati riconosciuti colpevoli di aver alterato il corso della giustizia; Jerry Conlon sta conducendo, insieme all'avvocato Peirce, una campagna al fine di ottenere il riconoscimento dell'innocenza anche del defunto padre Giuseppe, che continua ad essere considerato colpevole dal governo britannico: da qui il titolo "Nel Nome del Padre". Ora, questa sconcertante storia realmente accaduta pone ancora a tutti noi, che viviamo nell'Occidente democratico, il problema di un certo modo far giustizia, quando vengono celebrati processi spettacolo il cui fine è principalmente quello di trovare capri espiatori per acquietare un seppur legittimo malcontento generale, anche se a volte, bisogna dire, si rischia di trovarsi in balia di una vera e propria isteria collettiva; allo stesso modo poi c'è chi vorrebbe perseguire interessi che nulla hanno a che vedere con il bene pubblico (non a caso nello stesso film le autorità inglesi parlano di una "sporca guerra" tra l'Ira e il Regno Unito); in questi casi, come si può parlare di rispetto dei valori o di memoria delle vittime nel cui nome si dice di fare giustizia? Saranno poi sufficienti l'informazione e il diritto di critica?

Marco Cingolani          

 

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