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  Riflessioni...

di   Eugenio Marcucci

La giustizia come il lotto o la roulette?
La domanda è forse un po' forte e farà storcere il naso ai sostenitori della "sacralità" del diritto e di chi lo amministra. Ma tant'è: quando uno ha un sassolino (in questo caso praticamente una pietra) nella scarpa, è meglio che se lo levi.
Prendete il caso di Corrado Carnevale, il presidente di Cassazione accusato di "ammazzare" le sentenze e di fare, così, il gioco di mafiosi e camorristi di rango che, grazie alle decisioni della Suprema Corte, sono tornati liberi come l'aria. L'interessato è uno che sa "fare le pulci", dal punto di vista giuridico, ai suoi colleghi, scovandone le magagne e, di conseguenza, annullando le loro decisioni. Ma questo rigore, spinto fino alle estreme conseguenze, ha finito col diventare una manna per i colpevoli che hanno ritrovato, inopinatamente, una libertà immeritata.
Assolto in primo grado, Carnevale è stato condannato in appello. Il PM di Palermo Gaetano Paci, uno di quelli che l'avevano mandato sotto processo, ha detto: "Lo hanno giudicato sulla base delle stesse prove di primo grado e stavolta è stato ritenuto colpevole". Dunque, stesse prove, giudici diversi e sentenza diversa. A Bruno Contrada, il superpoliziotto palermitano anche lui ritenuto colluso con la mafia, è toccata una sorte diametralmente opposta: condannato in primo grado e assolto in appello. Uguali le prove, anche per Contrada, ma non il secondo giudizio.
Io mi chiedo, e con me se lo chiedono in molti: ma come è possibile? Se le prove ci sono, esse debbono valere nel primo e nel secondo grado. Altrimenti non esistono, sono solo indizi che non danno alcuna certezza.
La giustizia, da noi, è così. Il bianco diventa nero e il nero bianco, senza un motivo, senza una spiegazione. Non per niente si dice che uno ha "vinto" o ha "perso" una causa.
Il concetto del vincere o perdere dovrebbe essere estraneo alla giustizia, fondata sulle leggi, sul diritto positivo, e non campata per aria. Bisognerebbe usare termini diversi e parlare, per esempio, di sentenze che danno "ragione" o "torto".
Una giustizia "umorale" o, peggio, politica, che fiuta il vento che tira o è sensibile alle aspettative dell'opinione pubblica, è una non giustizia.
In altre parole, bisognerebbe che la conclusione di un processo non fosse legata esclusivamente alla fortuna di incappare in un giudice amico o alla disgrazia di finire sotto la mannaia di un nemico. La fortuna, lo riconosco, ha una sua incidenza ma non ha ancora forza di legge. La giustizia, insomma, con la roulette non c'entra.


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