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La giustizia come il lotto o la roulette?
La domanda è forse un po' forte
e farà storcere il naso ai sostenitori
della "sacralità" del
diritto e di chi lo amministra. Ma tant'è:
quando uno ha un sassolino (in questo
caso praticamente una pietra) nella
scarpa, è meglio che se lo levi.
Prendete il caso di Corrado Carnevale,
il presidente di Cassazione accusato
di "ammazzare" le sentenze
e di fare, così, il gioco di
mafiosi e camorristi di rango che, grazie
alle decisioni della Suprema Corte,
sono tornati liberi come l'aria. L'interessato
è uno che sa "fare le pulci",
dal punto di vista giuridico, ai suoi
colleghi, scovandone le magagne e, di
conseguenza, annullando le loro decisioni.
Ma questo rigore, spinto fino alle estreme
conseguenze, ha finito col diventare
una manna per i colpevoli che hanno
ritrovato, inopinatamente, una libertà
immeritata.
Assolto in primo grado, Carnevale è
stato condannato in appello. Il PM di
Palermo Gaetano Paci, uno di quelli
che l'avevano mandato sotto processo,
ha detto: "Lo hanno giudicato sulla
base delle stesse prove di primo grado
e stavolta è stato ritenuto colpevole".
Dunque, stesse prove, giudici diversi
e sentenza diversa. A Bruno Contrada,
il superpoliziotto palermitano anche
lui ritenuto colluso con la mafia, è
toccata una sorte diametralmente opposta:
condannato in primo grado e assolto
in appello. Uguali le prove, anche per
Contrada, ma non il secondo giudizio.
Io mi chiedo, e con me se lo chiedono
in molti: ma come è possibile?
Se le prove ci sono, esse debbono valere
nel primo e nel secondo grado. Altrimenti
non esistono, sono solo indizi che non
danno alcuna certezza.
La giustizia, da noi, è così.
Il bianco diventa nero e il nero bianco,
senza un motivo, senza una spiegazione.
Non per niente si dice che uno ha "vinto"
o ha "perso" una causa.
Il concetto del vincere o perdere dovrebbe
essere estraneo alla giustizia, fondata
sulle leggi, sul diritto positivo, e
non campata per aria. Bisognerebbe usare
termini diversi e parlare, per esempio,
di sentenze che danno "ragione"
o "torto".
Una giustizia "umorale" o,
peggio, politica, che fiuta il vento
che tira o è sensibile alle aspettative
dell'opinione pubblica, è una
non giustizia.
In altre parole, bisognerebbe che la
conclusione di un processo non fosse
legata esclusivamente alla fortuna di
incappare in un giudice amico o alla
disgrazia di finire sotto la mannaia
di un nemico. La fortuna, lo riconosco,
ha una sua incidenza ma non ha ancora
forza di legge. La giustizia, insomma,
con la roulette non c'entra.
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