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Nella cadente chiesetta rurale di S. Damiano, che, sotto la cerchia
delle mura medievali di Assisi, è
seminascosta tra il verde mite degli
ulivi del pendio scosceso del Subasio,
Francesco in preghiera ascolta queste
parole davanti all'icona del Crocifisso
tardo-bizantino, che lo guarda con i
suoi grandi occhi
Francesco stesso, lì per lì,
non intende il significato primo di
quelle parole e crede di doversi impegnare
per riparare le pareti sconnesse del
piccolo edificio. Solo più tardi
si renderà conto che le mura
sono soltanto un "segno":
quello di una Comunità Cristiana,
di un Popolo di Dio, bisognoso di essere
sempre ricostruito, perché sempre
bisognoso di conversione, di rinnovamento.
Voglio trasmettere ai lettori de "La
nostra valle" questa mia riflessione,
che mi nasce dentro, mentre a poco a
poco vengono restaurate e riaperte al
culto le chiese piccole e grandi dell'alta
valle del Cesano, provata sensibilmente,
anche se non luttuosamente, dalle vicende
del sisma del 26 settembre 1997: S.
Andrea di Suasa, Montesecco, S. Vito,
Pergola e, speriamo presto ormai, S.
Lorenzo in Campo
E' indubbiamente un "evento"
religioso-storico-culturale e, commosso
come sono dalla "rinascita"
della chiesa di S. Francesco in Pergola,
mentre attendiamo la riapertura del
Duomo, ho l'impressione che sia doveroso
per noi obbedire al Signore, che in
una di queste domeniche ci ha esortato
a "leggere i segni dei tempi".
Questi "segni" da parte di
noi uomini possono sempre portare le
distorsioni del peccato: interessi,
speculazioni, arrivismi, gelosie; ma,
da parte di Dio, portano invece sempre
impresse le caratteristiche del bene,
della bellezza, della consolazione,
della speranza.
Dio scrive diritto attraverso le righe
storte e contorte dell'uomo, dice un
vecchio proverbio spagnolo.
Ecco allora in queste ricostruzioni
venire alla luce in maniera evidente,
commovente, la fede di un popolo, che
metteva nella "Casa di Dio"
la sua visione di una "Casa dei
figli di Dio" e la voleva in mezzo
alle case degli uomini come espressione
di una vita personale, familiare e sociale
che poneva Dio al primo posto.
Di qui scaturiva l'idea di una "Casa"
che era di tutti e di ciascuno, ma che,
proprio per questo, non era proprietà
o appannaggio personale di nessuno;
una Casa che doveva essere la più
bella e la più ricca, anche se
le case dei singoli erano povere e spoglie;
una Casa nella quale si leggeva negli
altari e nelle immagini la memoria del
passato del proprio paese e, nello stesso
tempo, si viveva il presente, con le
alterne vicende liete e dolorose, secondo
il gusto e l'arte di quel particolare
periodo storico, lasciando in eredità
questa Casa agli uomini del futuro,
quale testimonianza non solo di fede,
ma anche di poesia, arte, lavoro, civiltà
E' veramente toccante, ad esempio, sentire
(si tratta di "sentire" _
e come vorrei che tutti i miei concittadini
lo "sentissero", perché
questa è l'"estetica"!)
che è davvero straordinario rendersi
conto che a S. Francesco c'è
tutta la storia, ma più ancora
l'"anima" di Pergola, dal
1200 al 2000, come del resto nel Duomo
e in certe altre chiese piccole, ma
significative della nostra città.
Mi propongo di riparlarne in seguito,
se Dio mi dà vita. Per ora vorrei
aiutare i lettori de "La nostra
valle" a "leggere i segni
dei tempi" nel capire e sentire
che la riapertura delle chiese è
un richiamo forte e insistente a "ricostruire"
la Chiesa, cioè la Comunità,
Popolo "convocato" da Dio
per rendergli gloria e, insieme, procurare
la salvezza dei fratelli.
Di che cosa ha bisogno la nostra Chiesa
nei nostri giorni?
Direi che, al primo posto, ha bisogno
di una più chiara "verità".
Spesso siamo cristiani battezzati, ma
"non credenti", perché
non conosciamo affatto il Credo cristiano,
anche se lo diciamo a memoria.
Subito dopo ha bisogno di una più
logica "coerenza", perché
non basta dichiararsi cristiani, ma
occorre vivere da cristiani.
In terzo luogo ha bisogno di una più
trasparente "fedeltà"
a tutto ciò che esprime, attraverso
i vari gesti e pratiche, la costante
volontà di appartenere a una
Comunità religiosa parrocchiale
e diocesana.
Finalmente (ed è insieme punto
di arrivo e di partenza) ha bisogno
di "amore".
E' moda incomprensibile del nostro tempo
il credere che la maniera migliore di
esprimere la propria fede sia quello
dello scontento, della critica, della
contrapposizione.
La Chiesa la si "ama"; la
si ama nonostante i suoi limiti e i
suoi difetti, perché è
fatta di noi uomini, che dobbiamo santificarci,
ma santi spesso non siamo. La Chiesa
la si ama per amore di Dio e la si santifica
facendosi santi. L'amore non è
soltanto fare, non è soltanto
"solidarietà": l'amore
è "carità paziente,
benigna, che non è invidiosa,
non si vanta, non si gonfia, non manca
di rispetto, non cerca il suo interesse,
non si adira, non tiene conto del male
ricevuto
, tutto copre, tutto spera,
tutto sopporta" (1 Corinzi, 13).
S. Francesco ha appreso "questo"
amore alla Chiesa; ha costruito non
"prendendo il piccone", ma
operando pazientemente, umilmente, dolorosamente,
in povertà e rigore verso se
stesso
Apprendiamo di nuovo la carità
e contribuiremo a ricostruire la Chiesa.
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