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Sono rimasto sconcertato dalle reazioni che hanno avuto i "Fatti
di Genova" nella vita politica
e sociale del nostro Paese.
Che cosa abbiano combinato i cosiddetti
"otto grandi" nella riunione
del luglio scorso pochi lo sanno. Tutti
conoscono invece lo spettacolo incivile
degli incendi, delle devastazioni, dei
pestaggi e delle reazioni sproporzionate.
Doveva essere una protesta civile: è
risultata una tragica "guerriglia"
urbana.
Era prevedibile?
C'erano state dichiarazioni bellicose
di "sfondamenti", di assalti
e di violenze; ma c'erano state anche
promesse di manifestazioni pacifiche.
Hanno prevalso i violenti, mentre i
pacifici, tanti, hanno finito per risultare
i fiancheggiatori più o meno
consapevoli della voglia di saccheggio
di quelli.
La stampa scritta e parlata ha fatto
da cassa di risonanza per quello spettacolo
incivile, offrendo reiteratamente agli
italiani e al mondo le scene più
crude e raccapriccianti della vicenda
genovese.
Il filtro ideologico e di parte ha contribuito
a passarvi sopra l'evidenziatore secondo
l'interesse di bottega.
Poche le dichiarazioni responsabili
tra i personaggi che contano a livello
nazionale.
Questi i risultati: i "grandi"
hanno concluso poco o niente; gli antiglobalizzatori
(pacifici) hanno sciupato tragicamente
una grande occasione per proclamare
seriamente le loro convinzioni; lo Stato,
con la S maiuscola, ha ridotto ancor
più i margini risicati della
sua credibilità.
Hanno vinto i violenti, i provocatori
di professione.
Hanno perso i cittadini di Genova assediata,
quelli che hanno subito danni ingenti,
e soprattutto le forze dell'ordine per
non aver dimostrato, secondo larga parte
della sinistra italiana, stoicismo sufficiente
a subire le provocazioni di una guerriglia
scientificamente organizzata.
Gli aggressori sono diventati vittime,
gli aggrediti il braccio reazionario
di un fantomatico fascismo di ritorno.
Questa è l'impressione definitiva
che tanti come me hanno tratto dall'informazione
filtrata dai massmedia.
Eppure Genova poteva rappresentare finalmente
una tappa positiva nella storia socioeconomica
del mondo.
Per la prima volta i capi degli otto
Stati più ricchi e potenti si
sono trovati attorno a un tavolo con
i rappresentanti dei popoli più
poveri della Terra.
I risultati sono stati insignificanti?
Chi può dare risposte precise?
Ma chi può negare che l'occasione
avrebbe potuto lanciare un buon segnale
di speranza sul cammino lungo e faticoso
che dovrebbe condurre la società
- è ciò che auspico e
mi auguro - a darsi liberamente un governo
democraticamente investito di autorità
globale?
Utopia?
Ma la vera globalizzazione deve mirare
a quell'obiettivo, se vuole promuovere
liberamente i cosiddetti diritti positivi
del cittadino: dalla alimentazione,
alla sanità, alla giustizia,
alla scolarizzazione di tutti i cittadini
del Pianeta. Non è sana globalizzazione
la ricerca seppure libera dei diritti
negativi, dei capitali investiti per
produrre a basso costo per il profitto
di pochi e lo sfruttamento di tanti.
Genova poteva rappresentare l'inizio
di una presa di coscienza collettiva
di queste finalità, di queste
mete ambiziose, difficili, lontane nel
tempo.
Le accorciatoie non esistono: servono
la pazienza e l'intelligenza di saper
attendere e sfruttare le occasioni propizie
che il corso della storia sa porgere
a chi, di buona volontà, intende
sfruttarle saggiamente.
Le devastazioni, gli incendi possono
solo fare spettacolo e procurare materiale
appetitoso agli informatori in cerca
di scoop giornalistici.
La protesta violenta è fine a
se stessa, allontana i traguardi per
cui combatte. Lo scontro radicale accresce
l'incomunicabilità, la contrapposizione
e avvilisce l'impegno per una migliore
società mondiale.
Non mi pare che dopo Genova i bambini
affamati del mondo possano finalmente
sorridere.
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