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Pensieri sulla guerra in corso

Esiste una guerra giusta? E' lecito bombardare una nazione per catturare un pericolosissimo e sanguinario terrorista? Sono questi i pensieri che ci frullano nella testa ormai da mesi.
Ad essi non riusciamo a dare una risposta.
Quanto è avvenuto l'11 Settembre a Manhattan è mostruoso e inaccettabile. Sono morte tante persone quanti sono gli abitanti di una città come Pergola. E stata una carneficina di innocenti: gente che quella mattina aveva il solo torto di essere andata al lavoro. Vite spezzate, famiglie distrutte. Nulla può giustificare un simile atto criminale. Chi ha subito l'affronto - gli USA ma più in generale l'occidente - ha il sacrosanto diritto di reagire. Sono stati colpiti i simboli dell'economia e della potenza militare americana. Non può un popolo non rispondere di fronte ad un'umiliazione così grande. Nonostante ciò -però -, nonostante la rabbia e l'amarezza che ci cova dentro, nonostante percepiamo il pericolo che atti del genere potrebbero un giorno o l'altro colpire anche la nostra nazione, nonostante tutto questo - dicevamo - non riusciamo a dare risposte affermative ai quei due quesiti che ci arrovellano la mente.
Ci resta difficile in coscienza allinearci al coro che giustifica la risposta che gli Stati Uniti stanno dando a questa aggressione. Ci sembra che ancora una volta ci vadano di mezzo donne, bambini, anziani, uomini, che non c'entrano nulla: esseri umani che il destino ha fatto nascere a Kabul invece che a Parigi o a Vienna e che per questo ha già pagato un prezzo altissimo fatto di conflitti bellici e di miseria. No, anche la nostra intelligenza fa fatica a capire, a credere alle bombe intelligenti: perché altrimenti dovremmo essere convinti che possano esistere anche gli aspirapolvere o i tostapane con le stesse caratteristiche! Non crediamo alla guerra chirurgica (aggettivo che porta in sé una qualche guarigione, seppur traumatica), né ci ammaliano gli appellativi edulcorati che ci presentano tutto ciò come operazione di polizia internazionale. C'è qualcosa che non va in questo coro unanime, qualcosa che scuote la nostra coscienza. Al tempo stesso non ci riconosciamo nei pacifisti di piazza, negli "Anti-global" che usano la violenza per proclamare la pace, in coloro che tentano di trasformare la vittima (gli Stati Uniti) in carnefice. Vorremmo poter uscire dal gioco per cui se sei contro la guerra sei qualunquista, superficiale e di estrema sinistra. Siamo solo naufraghi in cerca di un approdo, orfani di ideali non più rappresentati perché scalzati dal mito dell' economia, dal predominio del denaro sulla politica, dall'idea del successo ad ogni costo.
E' davvero la guerra il solo modo per poter catturare i terroristi? O con il coordinamento dei servizi segreti dei vari Paesi si poteva ottenere lo stesso risultato? Non gioca forse ancora una volta un ruolo determinante la "sete di spettacolarizzazione"? La necessità per gli USA di accontentare - con un'azione eclatante - un'opinione pubblica in cerca (legittimamente, per carità!) di vendetta? Insomma ci attanaglia il dubbio che, forse, la morte di tanti innocenti non fosse proprio indispensabile.

Paolo Fadelli

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