Torna all'indice! Pagina 4       

  Riflessioni...

di   Eugenio Marcucci

Ho guardato a lungo, e ripetutamente, la fotografia pubblicata dai giornali di uno dei kamikaze autori delle stragi di New York e Washington. Speravo di cogliervi un segno, una traccia, qualcosa insomma che mi aiutasse a capire. Niente. Due occhi come tanti, uno sguardo tranquillo, di una persona "normale". Eppure quell'uomo, come i suoi colleghi, si è impegnato per mesi, forse per anni, con in testa un solo obiettivo: dirottare un aereo di linea e pilotarlo verso i simboli del capitalismo (le torri gemelle di Manhattan) e verso il cervello militare degli Stati Uniti (il Pentagono).
Perché? L'odio è capace di tanto? La risposta è sì, quando ci sono di mezzo una causa, la "guerra santa" contro l'Occidente, e un irriducibile fanatismo religioso. Questi ingredienti formano una miscela esplosiva ben più potente del tritolo.
Certi di raggiungere il "paradiso di Allah", rallegrato da splendide fanciulle e senza più le miserie e le infelicità d'ogni giorno, i "guerrieri islamici" non temono di mettere in gioco la propria vita, anzi vanno incontro volentieri alla morte. Come i kamikaze giapponesi della seconda guerra mondiale, come i palestinesi di Hamas.
L'11 settembre 2001 è una data che ha cambiato il mondo. Se un uomo si vota a un attacco suicida, tutto può accadere. Negli anni settanta, i dirottamenti aerei condotti dai palestinesi erano molto frequenti. Gli incolpevoli passeggeri avevano, in ogni caso, la possibilità di salvarsi perché i responsabili tenevano alla propria pelle. Adesso non più. La morte non è considerata un "incidente", un evento non inevitabile anche se da mettere nel conto. La spaventosa tragedia del "martedì nero" dimostra che si è voltato pagina. Immolarsi per "la causa" è un dovere e un onore e regala l'immortalità.
In Afganistan, un paese stremato da 22 anni di guerra civile, con una popolazione alla fame costretta a un'esistenza più vicina al Medioevo che al Duemila, c'è un miliardario (in dollari) che usa le sue immense ricchezze per mettere il mondo in ginocchio.
Grazie a lui e a quelli che lo sostengono, il livello delle imprese terroristiche si è alzato, ha toccato il livello massimo. Parlare di guerra, dunque, non è esagerato. E' la guerra della cultura della vita contro la cultura della morte. Noi siamo per la vita. Per questo dobbiamo reagire.

Pagina PRECEDENTE

Pagina SUCCESSIVA