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Ho guardato a lungo, e ripetutamente, la fotografia pubblicata
dai giornali di uno dei kamikaze autori
delle stragi di New York e Washington.
Speravo di cogliervi un segno, una traccia,
qualcosa insomma che mi aiutasse a capire.
Niente. Due occhi come tanti, uno sguardo
tranquillo, di una persona "normale".
Eppure quell'uomo, come i suoi colleghi,
si è impegnato per mesi, forse
per anni, con in testa un solo obiettivo:
dirottare un aereo di linea e pilotarlo
verso i simboli del capitalismo (le
torri gemelle di Manhattan) e verso
il cervello militare degli Stati Uniti
(il Pentagono).
Perché? L'odio è capace
di tanto? La risposta è sì,
quando ci sono di mezzo una causa, la
"guerra santa" contro l'Occidente,
e un irriducibile fanatismo religioso.
Questi ingredienti formano una miscela
esplosiva ben più potente del
tritolo.
Certi di raggiungere il "paradiso
di Allah", rallegrato da splendide
fanciulle e senza più le miserie
e le infelicità d'ogni giorno,
i "guerrieri islamici" non
temono di mettere in gioco la propria
vita, anzi vanno incontro volentieri
alla morte. Come i kamikaze giapponesi
della seconda guerra mondiale, come
i palestinesi di Hamas.
L'11 settembre 2001 è una data
che ha cambiato il mondo. Se un uomo
si vota a un attacco suicida, tutto
può accadere. Negli anni settanta,
i dirottamenti aerei condotti dai palestinesi
erano molto frequenti. Gli incolpevoli
passeggeri avevano, in ogni caso, la
possibilità di salvarsi perché
i responsabili tenevano alla propria
pelle. Adesso non più. La morte
non è considerata un "incidente",
un evento non inevitabile anche se da
mettere nel conto. La spaventosa tragedia
del "martedì nero"
dimostra che si è voltato pagina.
Immolarsi per "la causa" è
un dovere e un onore e regala l'immortalità.
In Afganistan, un paese stremato da
22 anni di guerra civile, con una popolazione
alla fame costretta a un'esistenza più
vicina al Medioevo che al Duemila, c'è
un miliardario (in dollari) che usa
le sue immense ricchezze per mettere
il mondo in ginocchio.
Grazie a lui e a quelli che lo sostengono,
il livello delle imprese terroristiche
si è alzato, ha toccato il livello
massimo. Parlare di guerra, dunque,
non è esagerato. E' la guerra
della cultura della vita contro la cultura
della morte. Noi siamo per la vita.
Per questo dobbiamo reagire.
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