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I bagliori di fuoco dell'11 settembre ci hanno come accecati:
vediamo scuro. L'orrore ci ha scosso,
l'ansia ha cominciato a stringerci al
cuore, il timore affiora di continuo
in un evolversi di situazioni ambigue
e incerte. Cerchiamo chiarezza, ci poniamo
una serie di interrogativi, che sembrano
nascere gli uni dagli altri.
Se è vero che dopo quel giorno
niente è più come prima,
è ragionevole domandarci se almeno
la via che abbiamo imboccato è
quella giusta.
Proprio questa riflessione mi ha fatto
riaprire le pagine di un documento importante,
la Gaudium et spes (7-12-1965),
la "Costituzione" più
singolare di quell'evento provvidenziale
che ha come posto il sigillo al 2°
Millennio Cristiano: il Concilio Vaticano
II. Costituzione "nuova",
tanto da essere qualificata con un aggettivo
mai usato precedentemente in questo
tipo di documenti conciliari: "pastorale".
Come a dire: "guida", "orientamento"
per il cammino della Chiesa. Prima le
"Costituzioni" erano solo
"dogmatiche", riguardavano
cioè temi di fede. Lì
per lì, la Gaudium et spes
ci sembrò meno importante, quasi
limitata da prospettive temporali e,
perciò, provvisorie
Il passare degli anni e il nascere di
eventi inaspettati, come quello appena
iniziato, me la fanno vedere adesso
sotto ben altra luce.
* Lo Spirito
Santo, che, per chi crede, ispira i
documenti di un Concilio Ecumenico,
non ci ha forse profeticamente tracciato
una via?
Apro, nella 2^ Parte del documento
(dal titolo "Alcuni problemi più
urgenti"), il Capitolo 5°,
il cui argomento è "La promozione
della pace e la comunità di popoli"
e vi leggo: "In questi nostri
anni, nei quali permangono ancora gravissime
tra gli uomini le afflizioni e le angustie
derivanti dall'imperversare della guerra
o dalla incombente minaccia di guerra,
l'intera società umana è
giunta a un momento sommamente decisivo
nel progresso della sua maturazione.
Mentre a poco a poco va unificandosi
e in ogni luogo diventa ormai meglio
consapevole della propria unità
(qui si parla già di "globalizzazione"!),
l'umanità non potrà
tuttavia portare a compimento l'opera
che l'attende, di costruire cioè
un mondo più umano per tutti
gli uomini e su tutta la terra, se gli
uomini non si volgeranno tutti con animo
rinnovato alla vera pace".
Il Concilio intende: 1. Condannare
l'inumanità della guerra;
2. "Rivolgere un ardente appello
ai cristiani, affinché collaborino
con tutti, per stabilire tra gli uomini
una pace fondata sulla giustizia e sull'amore"
(art. 77).
1. Precisato che "la pace
è opera della giustizia"
e che "non è mai stata qualcosa
di stabilmente raggiunto, ma un edificio
da costruire continuamente" (art.
78), ecco la "condanna della
guerra", con puntuale accenno
alle armi che la scienza è oggi
in grado di fornire e al "metodo
nuovo" di guerra instaurato dal
terrorismo.
"Ancora ogni giorno in alcuni
luoghi della terra, la guerra continua
a produrre le sue devastazioni. Quando
in essa si fa uso di armi scientifiche
di ogni genere, la sua indole atroce
minaccia di condurre i contendenti ad
una barbarie di gran lunga superiore
a quella dei tempi passati. La complessità
inoltre delle odierne situazioni e la
intricata rete delle relazioni internazionali,
fanno sì che vengano portate
in lungo, con nuovi metodi, e per di
più insidiosi e sovversivi, guerre
più o meno latenti. In molti
casi il ricorso ai sistemi del terrorismo
è considerato anch'esso un nuovo
metodo di guerra. Davanti a questo stato
di degradazione dell'umanità,
il Concilio intende innanzi tutto richiamare
alla mente il valore immutabile del
diritto naturale delle genti e dei suoi
princìpi universali. La stessa
coscienza del genere umano proclama
quei princìpi con sempre maggiore
fermezza e vigore. Le azioni pertanto
che deliberatamente si oppongono a quei
principi e gli ordini che tali azioni
prescrivono sono crimini, né
l'ubbidienza cieca può scusare
coloro che li eseguono".
Con tutto ciò il Concilio non
nega la possibilità di una guerra
motivata da legittima difesa,
ma nello stesso tempo indica i rischi
ai quali una guerra espone l'umanità:
"La guerra non è purtroppo
estirpata dalla umana condizione. E
fino a che esisterà il pericolo
della guerra e non ci sarà un'autorità
internazionale competente, munita di
forze efficaci, una volta esaurite tutte
le possibilità di un pacifico
accomodamento, non si potrà negare
ai governi il diritto di una legittima
difesa. I capi di Stato e coloro che
condividono la responsabilità
della cosa pubblica hanno dunque il
dovere di tutelare la salvezza dei popoli
che sono stati loro affidati, trattando
con grave senso di responsabilità
cose di così grave importanza.
Ma altra cosa è servirsi delle
armi per difendere i giusti diritti
dei popoli, ed altra cosa voler imporre
il proprio dominio su altre nazioni.
Né la potenza bellica rende legittimo
ogni suo uso militare o politico. Né
per il fatto che una guerra è
ormai disgraziatamente scoppiata, diventa
per questo lecita ogni cosa tra le parti
in conflitto.
Coloro poi che, al servizio della
patria, esercitano la loro professione
nelle file dell'esercito, si considerino
anch'essi come ministri della sicurezza
e della libertà dei loro popoli
e, se rettamente adempiono il loro dovere,
concorrono anch'essi veramente alla
stabilità della pace" (art.
79).
Di fronte, infine, ai rischi di una
guerra cosiddetta "totale",
la condanna è piena e irrevocabile:
"Il progresso delle armi scientifiche
ha enormemente accresciuto l'orrore
e l'atrocità della guerra. Le
azioni militari, infatti, se condotte
con questi mezzi, possono produrre distruzioni
immani e indiscriminate, che superano
pertanto, di gran lunga, i limiti di
una legittima difesa. Anzi, se mezzi
di tal genere, quali ormai si trovano
negli arsenali delle grandi potenze,
venissero pienamente utilizzati, si
avrebbe la reciproca, pressoché
totale distruzione delle parti contendenti,
senza considerare le molte devastazioni
che ne deriverebbero nel resto del mondo
e gli effetti letali che sono la conseguenza
dell'uso di queste armi. Tutte queste
cose ci obbligano a considerare l'argomento
della guerra con mentalità completamente
nuova. Sappiano gli uomini di questa
età che dovranno rendere severo
conto delle loro azioni di guerra, perché
il corso dei tempi futuri dipenderà
in gran parte dalle loro presenti deliberazioni.
Avendo ben considerato tutte queste
cose, questo Sacrosanto Concilio, facendo
proprie le condanne della guerra totale,
già pronunciate dai recenti Sommi
Pontefici, dichiara:
Ogni atto di guerra che indiscriminatamente
mira alla distruzione di intere città
o di vaste regioni e dei loro abitanti,
è delitto contro Dio e contro
la stessa umanità e con fermezza
e senza esitazione deve essere condannato"
(art. 80).
Il discorso, poi, si dilunga (art. 81
e 82) sulla "corsa agli armamenti",
a proposito della quale leggiamo: "Qualunque
cosa si debba pensare di questo metodo
dissuasivo, si convincano gli uomini
che la corsa agli armamenti, alla quale
si rivolgono molte nazioni, non è
la via sicura per conservare saldamente
la pace, né il cosiddetto equilibrio
che ne risulta può essere considerato
pace vera e stabile. Le cause di guerra
anziché venire eliminate da tale
corsa, minacciano piuttosto di aggravarsi
gradatamente. E mentre si spendono enormi
ricchezze per procurarsi sempre nuove
armi, diventa poi impossibile arrecare
sufficiente rimedio alle miserie così
grandi del mondo presente. Anziché
guarire veramente, nel profondo, i dissensi
tra i popoli finiscono per contagiare
anche altre parti del mondo. Nuove strade
converrà cercare, partendo dalla
riforma degli spiriti, perché
possa essere rimosso questo scandalo
e al mondo, liberato dall'ansietà
che l'opprime, possa essere restituita
la vera pace.
E' necessario pertanto ancora una
volta dichiarare: la corsa agli armamenti
è una delle piaghe più
gravi dell'umanità e danneggia
in modo intollerabile i poveri; e c'è
molto da temere che, se tale corsa continuerà,
produrrà un giorno tutte le stragi,
delle quali va già preparando
i mezzi". La conclusione di
queste riflessioni sulla guerra suona
come un severo ampanello di allarme:
"Non ci inganni una falsa speranza.
Se non verranno in futuro conclusi stabili
e onesti trattati di pace universale,
rinunciando a ogni odio e inimicizia,
l'umanità, che, pur avendo compiuto
mirabili conquiste nel campo scientifico,
si trova già in grave pericolo,
sarà forse condotta funestamente
a quel giorno, in cui non altra pace
potrà sperimentare se non la
pace di una terribile morte".
2. L'appello
ai cristiani, perché collaborino
con tutti per costruire la pace
occupa molti articoli (83-92) della
seconda sezione del Capitolo 5°.
Non è il caso di scendere a un
prolungato esame delle cause indicate
come motivi dell'insorgere di guerre:
basta accennare ad alcune di esse, mettendo
al primo posto la sperequazione nella
fruizione dei beni che ci offre la terra
e l'ingiustizia politica e sociale,
che contrappone popoli, nazioni e continenti
per motivi di potere, di ricchezza,
di sviluppo. Leggiamo solo l'inizio
dell'art. 83:
"L'edificazione della pace esige
prima di tutto che, a cominciare dalle
ingiustizie, si eliminino le cause di
discordia che fomentano le guerre. Molte
occasioni provengono dalle disparità
economiche e dal ritardo con cui vi
si porta il necessario rimedio. Altre
nascono dallo spirito di dominio, dal
disprezzo delle persone e, per accennare
ai motivi più reconditi, dall'invidia,
dalla diffidenza, dall'orgoglio e da
altre passioni egoistiche. Poiché
gli uomini non possono tollerare tanti
disordini, avviene che il mondo, anche
senza guerra, resta tuttavia continuamente
in balìa di lotte e di violenze.
I medesimi mali si riscontrano nei rapporti
tra le nazioni. Quindi, per vincere
e per prevenire questi mali, per reprimere
l'abuso della violenza, è assolutamente
necessario che le istituzioni internazionali
vadano maggiormente d'accordo, che siano
coordinate in modo più sicuro
e che, senza stancarsi, si stimoli la
creazione di organismi idonei a promuovere
la pace".
Spetta ai cristiani - dice ancora la
Gaudium et spes - diffondere
quel messaggio evangelico che, "in
armonia con le aspirazioni e gli ideali
più elevati del genere umano,
risplende di rinnovato fulgore, quando,
anche in questi nostri tempi, proclama
"beati" i promotori della
pace, "perché saranno chiamati
figli di Dio" (art. 77).
* L'evento accaduto l'11 settembre
scorso è troppo traumatico e
carico di minacce, per non esigere che
i responsabili della vita dei popoli
corrano a mettere in moto un'azione
di legittima difesa. Ma il carattere
stesso di una guerra, quale si profila
ai nostri giorni, con i mezzi di distruzione
che la scienza ci ha messo in mano e
con lo stile di un terrorismo subdolo
e strisciante qual è quello ora
in atto, non può non suscitare
una grossissima perplessità.
Dimostrare, però, contro la guerra
non serve a niente, diventa anzi pretesto
di nuove strumentalizzazioni, se ci
impedisce di metterci d'accordo, a tutti
i livelli, nel valutare qual è
l'unica via per una vera pace tra gli
uomini.
* L'unica via è quella
del dialogo e, conseguentemente,
della giustizia. Non è
possibile che gli uomini vivano in pace,
se non collaborano insieme nel condividere
i beni di questa terra, mettendoli a
disposizione di tutti. L'Occidente (che
siamo noi) è cieco, se non vede
le sue responsabilità politiche
e sociali.
* Vorrei aggiungere che proprio
su questa linea diventa possibile dare
una giusta risposta alla domanda che
ultimamente ha dato luogo a tante discussioni:
quale civiltà è superiore:
quella cristiana o quella islamica?
E' superiore quella che mette alla
base dei rapporti tra gli uomini il
rispetto per l'uomo, cioè libertà,
uguaglianza, giustizia, democrazia
Che l'Occidente abbia sempre più
maturato, idealmente, questi valori
è innegabile. Ma quale superiorità
può affermare, se li proclama
e li tradisce?
Ha ragione il Papa, che domanda perdono
a tutti. Non è debolezza, non
è "piagnisteo"; è
la forza dell'onestà e della
verità. Se il mondo va male,
i primi responsabili sono coloro che
hanno la luce, ma la nascondono, perché
- direbbe Cristo - "preferiscono
le tenebre alla luce".
Non può essere superiore una
civiltà basata sull'incoerenza:
è, caso mai, ipocrita. E l'ipocrisia
non è civiltà.
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