Torna all'indice! Pagina 1       

line.jpg (1662 byte)

NEL BUIO, UNA LUCE C'E'…

I bagliori di fuoco dell'11 settembre ci hanno come accecati: vediamo scuro. L'orrore ci ha scosso, l'ansia ha cominciato a stringerci al cuore, il timore affiora di continuo in un evolversi di situazioni ambigue e incerte. Cerchiamo chiarezza, ci poniamo una serie di interrogativi, che sembrano nascere gli uni dagli altri.
Se è vero che dopo quel giorno niente è più come prima, è ragionevole domandarci se almeno la via che abbiamo imboccato è quella giusta.
Proprio questa riflessione mi ha fatto riaprire le pagine di un documento importante, la Gaudium et spes (7-12-1965), la "Costituzione" più singolare di quell'evento provvidenziale che ha come posto il sigillo al 2° Millennio Cristiano: il Concilio Vaticano II. Costituzione "nuova", tanto da essere qualificata con un aggettivo mai usato precedentemente in questo tipo di documenti conciliari: "pastorale". Come a dire: "guida", "orientamento" per il cammino della Chiesa. Prima le "Costituzioni" erano solo "dogmatiche", riguardavano cioè temi di fede. Lì per lì, la Gaudium et spes ci sembrò meno importante, quasi limitata da prospettive temporali e, perciò, provvisorie…
Il passare degli anni e il nascere di eventi inaspettati, come quello appena iniziato, me la fanno vedere adesso sotto ben altra luce.

* Lo Spirito Santo, che, per chi crede, ispira i documenti di un Concilio Ecumenico, non ci ha forse profeticamente tracciato una via?
Apro, nella 2^ Parte del documento (dal titolo "Alcuni problemi più urgenti"), il Capitolo 5°, il cui argomento è "La promozione della pace e la comunità di popoli" e vi leggo: "In questi nostri anni, nei quali permangono ancora gravissime tra gli uomini le afflizioni e le angustie derivanti dall'imperversare della guerra o dalla incombente minaccia di guerra, l'intera società umana è giunta a un momento sommamente decisivo nel progresso della sua maturazione. Mentre a poco a poco va unificandosi e in ogni luogo diventa ormai meglio consapevole della propria unità (qui si parla già di "globalizzazione"!), l'umanità non potrà tuttavia portare a compimento l'opera che l'attende, di costruire cioè un mondo più umano per tutti gli uomini e su tutta la terra, se gli uomini non si volgeranno tutti con animo rinnovato alla vera pace".

Il Concilio intende: 1. Condannare l'inumanità della guerra; 2. "Rivolgere un ardente appello ai cristiani, affinché collaborino con tutti, per stabilire tra gli uomini una pace fondata sulla giustizia e sull'amore" (art. 77).

1.
Precisato che "la pace è opera della giustizia" e che "non è mai stata qualcosa di stabilmente raggiunto, ma un edificio da costruire continuamente" (art. 78), ecco la "condanna della guerra", con puntuale accenno alle armi che la scienza è oggi in grado di fornire e al "metodo nuovo" di guerra instaurato dal terrorismo.
"Ancora ogni giorno in alcuni luoghi della terra, la guerra continua a produrre le sue devastazioni. Quando in essa si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua indole atroce minaccia di condurre i contendenti ad una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati. La complessità inoltre delle odierne situazioni e la intricata rete delle relazioni internazionali, fanno sì che vengano portate in lungo, con nuovi metodi, e per di più insidiosi e sovversivi, guerre più o meno latenti. In molti casi il ricorso ai sistemi del terrorismo è considerato anch'esso un nuovo metodo di guerra. Davanti a questo stato di degradazione dell'umanità, il Concilio intende innanzi tutto richiamare alla mente il valore immutabile del diritto naturale delle genti e dei suoi princìpi universali. La stessa coscienza del genere umano proclama quei princìpi con sempre maggiore fermezza e vigore. Le azioni pertanto che deliberatamente si oppongono a quei principi e gli ordini che tali azioni prescrivono sono crimini, né l'ubbidienza cieca può scusare coloro che li eseguono".
Con tutto ciò il Concilio non nega la possibilità di una guerra motivata da legittima difesa, ma nello stesso tempo indica i rischi ai quali una guerra espone l'umanità:
"La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fino a che esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grave importanza. Ma altra cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. Né la potenza bellica rende legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto.
Coloro poi che, al servizio della patria, esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come ministri della sicurezza e della libertà dei loro popoli e, se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace" (art. 79).
Di fronte, infine, ai rischi di una guerra cosiddetta "totale", la condanna è piena e irrevocabile: "Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l'orrore e l'atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto, di gran lunga, i limiti di una legittima difesa. Anzi, se mezzi di tal genere, quali ormai si trovano negli arsenali delle grandi potenze, venissero pienamente utilizzati, si avrebbe la reciproca, pressoché totale distruzione delle parti contendenti, senza considerare le molte devastazioni che ne deriverebbero nel resto del mondo e gli effetti letali che sono la conseguenza dell'uso di queste armi. Tutte queste cose ci obbligano a considerare l'argomento della guerra con mentalità completamente nuova. Sappiano gli uomini di questa età che dovranno rendere severo conto delle loro azioni di guerra, perché il corso dei tempi futuri dipenderà in gran parte dalle loro presenti deliberazioni.
Avendo ben considerato tutte queste cose, questo Sacrosanto Concilio, facendo proprie le condanne della guerra totale, già pronunciate dai recenti Sommi Pontefici, dichiara:
Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato" (art. 80).
Il discorso, poi, si dilunga (art. 81 e 82) sulla "corsa agli armamenti", a proposito della quale leggiamo: "Qualunque cosa si debba pensare di questo metodo dissuasivo, si convincano gli uomini che la corsa agli armamenti, alla quale si rivolgono molte nazioni, non è la via sicura per conservare saldamente la pace, né il cosiddetto equilibrio che ne risulta può essere considerato pace vera e stabile. Le cause di guerra anziché venire eliminate da tale corsa, minacciano piuttosto di aggravarsi gradatamente. E mentre si spendono enormi ricchezze per procurarsi sempre nuove armi, diventa poi impossibile arrecare sufficiente rimedio alle miserie così grandi del mondo presente. Anziché guarire veramente, nel profondo, i dissensi tra i popoli finiscono per contagiare anche altre parti del mondo. Nuove strade converrà cercare, partendo dalla riforma degli spiriti, perché possa essere rimosso questo scandalo e al mondo, liberato dall'ansietà che l'opprime, possa essere restituita la vera pace.
E' necessario pertanto ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell'umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c'è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi". La conclusione di queste riflessioni sulla guerra suona come un severo ampanello di allarme: "Non ci inganni una falsa speranza. Se non verranno in futuro conclusi stabili e onesti trattati di pace universale, rinunciando a ogni odio e inimicizia, l'umanità, che, pur avendo compiuto mirabili conquiste nel campo scientifico, si trova già in grave pericolo, sarà forse condotta funestamente a quel giorno, in cui non altra pace potrà sperimentare se non la pace di una terribile morte".

2. L'appello ai cristiani, perché collaborino con tutti per costruire la pace occupa molti articoli (83-92) della seconda sezione del Capitolo 5°. Non è il caso di scendere a un prolungato esame delle cause indicate come motivi dell'insorgere di guerre: basta accennare ad alcune di esse, mettendo al primo posto la sperequazione nella fruizione dei beni che ci offre la terra e l'ingiustizia politica e sociale, che contrappone popoli, nazioni e continenti per motivi di potere, di ricchezza, di sviluppo. Leggiamo solo l'inizio dell'art. 83:
"L'edificazione della pace esige prima di tutto che, a cominciare dalle ingiustizie, si eliminino le cause di discordia che fomentano le guerre. Molte occasioni provengono dalle disparità economiche e dal ritardo con cui vi si porta il necessario rimedio. Altre nascono dallo spirito di dominio, dal disprezzo delle persone e, per accennare ai motivi più reconditi, dall'invidia, dalla diffidenza, dall'orgoglio e da altre passioni egoistiche. Poiché gli uomini non possono tollerare tanti disordini, avviene che il mondo, anche senza guerra, resta tuttavia continuamente in balìa di lotte e di violenze. I medesimi mali si riscontrano nei rapporti tra le nazioni. Quindi, per vincere e per prevenire questi mali, per reprimere l'abuso della violenza, è assolutamente necessario che le istituzioni internazionali vadano maggiormente d'accordo, che siano coordinate in modo più sicuro e che, senza stancarsi, si stimoli la creazione di organismi idonei a promuovere la pace".
Spetta ai cristiani - dice ancora la Gaudium et spes - diffondere quel messaggio evangelico che, "in armonia con le aspirazioni e gli ideali più elevati del genere umano, risplende di rinnovato fulgore, quando, anche in questi nostri tempi, proclama "beati" i promotori della pace, "perché saranno chiamati figli di Dio" (art. 77).
* L'evento accaduto l'11 settembre scorso è troppo traumatico e carico di minacce, per non esigere che i responsabili della vita dei popoli corrano a mettere in moto un'azione di legittima difesa. Ma il carattere stesso di una guerra, quale si profila ai nostri giorni, con i mezzi di distruzione che la scienza ci ha messo in mano e con lo stile di un terrorismo subdolo e strisciante qual è quello ora in atto, non può non suscitare una grossissima perplessità.
Dimostrare, però, contro la guerra non serve a niente, diventa anzi pretesto di nuove strumentalizzazioni, se ci impedisce di metterci d'accordo, a tutti i livelli, nel valutare qual è l'unica via per una vera pace tra gli uomini.
* L'unica via è quella del dialogo e, conseguentemente, della giustizia. Non è possibile che gli uomini vivano in pace, se non collaborano insieme nel condividere i beni di questa terra, mettendoli a disposizione di tutti. L'Occidente (che siamo noi) è cieco, se non vede le sue responsabilità politiche e sociali.
* Vorrei aggiungere che proprio su questa linea diventa possibile dare una giusta risposta alla domanda che ultimamente ha dato luogo a tante discussioni: quale civiltà è superiore: quella cristiana o quella islamica?
E' superiore quella che mette alla base dei rapporti tra gli uomini il rispetto per l'uomo, cioè libertà, uguaglianza, giustizia, democrazia…
Che l'Occidente abbia sempre più maturato, idealmente, questi valori è innegabile. Ma quale superiorità può affermare, se li proclama e li tradisce?
Ha ragione il Papa, che domanda perdono a tutti. Non è debolezza, non è "piagnisteo"; è la forza dell'onestà e della verità. Se il mondo va male, i primi responsabili sono coloro che hanno la luce, ma la nascondono, perché - direbbe Cristo - "preferiscono le tenebre alla luce".
Non può essere superiore una civiltà basata sull'incoerenza: è, caso mai, ipocrita. E l'ipocrisia non è civiltà.

Lino Ricci

Pagina PRECEDENTE

Pagina SUCCESSIVA