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"Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte
e in diversi modi ai padri per mezzo
dei profeti, ultimamente, in questi
giorni, ha parlato a noi per mezzo del
Figlio, che ha costituito erede di tutte
le cose e per mezzo del quale ha fatto
anche il mondo" (Lettera agli Ebrei,
capitolo 1, versetti 1-2).
Due versetti che la liturgia ogni anno
proclama in uno dei formulari delle
Messe di Natale. La nascita di Gesù
è vista come la più perfetta
comunicazione di Dio con l'umanità.
Il Dio d'Israele, il Dio Padre di Gesù
Cristo, non è un idolo muto,
ma è Colui che parla, che comunica,
che gradualmente fa conoscere il suo
pensiero, apre il suo cuore, svela il
suo mistero. Non è un Dio da
immaginare e da inventare, ma un Dio
da ascoltare e da accogliere.
La via principale di trasmissione divina
sono stati i profeti, coloro cioè
che sono stati scelti, chiamati e incaricati
a parlare in nome di Dio, perché
di Dio sono stati assidui ascoltatori.
Profeti non sono soltanto quelli "classici",
come Elia, Isaia, Geremia, Ezechiele
,
ma anche Mosè, Samuele e quanti
hanno ricevuto la missione di comunicare
al popolo la parola di Dio. "Molte
volte e in diversi modi", ha detto
la lettera agli Ebrei.
E l'antico Israele è stato educato
all'ascolto, come atteggiamento fondamentale
per esprimere la fede nel Signore. "Ascolta,
Israele
", dice il libro del
Deuteronomio (cap. 6, v. 4) e più
volte al giorno ripete il pio israelita.
"Ascoltate oggi la voce del Signore",
ripete la Liturgia delle Ore della Chiesa
ogni mattina.
L'ultima, definitiva, totale parole
e comunicazione di Dio con l'umanità
si chiama Gesù, il Figlio, il
Verbo (La "Parola", appunto!)
fatta carne.
In Gesù Dio ci dice tutto e ci
dona tutto, secondo la preghiera della
Liturgia. Perciò possiamo comprendere
l'invito impellente del Papa nella lettera
di chiusura del Giubileo "Novo
millennio ineunte" a ripartire
da Cristo, a diventare contemplatori
del volto di Cristo, facendo innanzi
tutto tesoro dei testi biblici che parlano
di Lui.
La lettera agli Ebrei dice essere Gesù
"il Figlio di Dio", Colui
che, uguale al Padre e in perfetta comunione
con Lui, lo conosce e lo ama, lo fa
conoscere ed amare: "Nessuno sa
chi è il Figlio se non il Padre,
né chi il Padre se non il Figlio
e colui al quale il Figlio lo voglia
rivelare" (Vangelo di Luca 10,
22).
Per mezzo del Figlio, afferma ancora
la lettera agli Ebrei, Dio ha creato
il mondo. Riecheggiano le parole del
Vangelo di Giovanni, cap. 1, v. 3: "Tutto
è stato fatto per mezzo di lui
(il Verbo di Dio) e senza di lui niente
è stato fatto di tutto ciò
che esiste". E la lettera ai Colossesi,
cap. 1, v. 16: "Per mezzo di lui
(del Figlio) sono state create tutte
le cose, quelle nei cieli e quelle sulla
terra, quelle visibili e quelle invisibili".
Il Figlio collabora con il Padre nell'opera
creatrice e, fatto uomo, diventa il
modello, il prototipo, l'immagine perfetta
di ogni uomo e di ogni donna, di tutta
l'umanità. Perciò la nostra
vocazione radicale, per la piena riuscita
della vita, è essere in Cristo
(uniti profondamente a lui) ed essere
come Cristo (con i tratti spirituali
simili ai suoi).
Il padre ha, inoltre, costituito il
figlio "erede di tutte le cose".
Ciò che è in Dio è
di Gesù e perciò e di
tutti coloro che vivono uniti a Gesù,
che formano con lui una sola famiglia,
addirittura un solo corpo. Appartenere
a Cristo non equivale a perdere, ma
a guadagnare, ad acquistare libertà
e pienezza di vita. San Paolo nella
lettera ai Romani, cap. 8, v. 17, scrive:
"Se siamo figli, siamo anche eredi:
eredi di Dio, coeredi di Cristo".
"Ripartire da Cristo", pertanto
non può non essere il programma
della Chiesa e di ogni cristiano che
voglia vivere con fedeltà e con
amore perseverante il suo battesimo.
Scrive il Papa in "Novo millenio
ineunte", n. 29: "Non ci seduce
certo la prospettiva ingenua che, di
fronte alle grandi sfide del nostro
tempo, possa esserci una formunla magica,
No, non una formula ci salverà
ma una persona, e la certezza
che essa ci infonde: Io sono con
voi! Non si tratta allora di inventare
un nuovo programma. Il programma
c'è già: è quello
di sempre, raccolto nel Vangelo e nella
viva Tradizione. Esso si incentra,
in ultima analisi, in Cristo stesso
da conoscere, amare imitare, per
vivere in lui la vita trinitaria, e
trasformare con lui la storia fino al
suo compimento nella Gerusalemme celeste".
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