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Riflessioni...

di   Eugenio Marcucci

E' la riforma del lavoro uno dei temi che, in questo periodo, più fa discutere e più appassiona. In un modo o nell'altro il problema, infatti, ci riguarda tutti.
"Sistemati, figlio mio, trovati un posto fisso, meglio se alle dipendenze dello Stato". Era questa la raccomandazione dei nostri padri, ripetuta fino allo sfinimento. Con lo Stato uno era "sistemato": 27 sicuro, pensione magari risicata ma garantita.
Adesso la parola magica è "flessibilità". Posto fisso, addio. Sono nate nuove forme di lavoro: interinale, a termine, part-time, in affitto e via elencando. Il mercato, si sostiene, offre mille e mille possibilità. I giovani hanno soltanto l'imbarazzo della scelta: sei mesi qui, un anno là, due anni all'estero. Basta sapersi adattare, far valere le proprie capacità, bussare alle porte delle aziende. Proprio come succede in America dove i lavoratori si trasferiscono da un posto all'altro e da un luogo all'altro con estrema facilità. E quando si rivolgono alle aziende trovano subito chi li ascolta ed è pronto a metterli alla prova.
Ma il modello americano, da noi, può funzionare? I teorizzatori della "flessibilità" dicono di sì. Io - e non sono certamente solo - mi permetto di dissentire.
La mobilità è una chimera. Chi resta a spasso, mettiamo, a 40 anni, dove trova un altro impiego? "Bussate e vi sarà aperto", dice il Vangelo. Le porte delle aziende, però, restano chiuse se non si hanno, come si dice, "santi in paradiso". Al curriculum, inviato a decine di copie, nessuno si sogna di rispondere; gli uffici del personale non ricevono e i dirigenti sono sempre occupati, "in riunione". Così anche il lavoro "a termine" o "interinale" si trasforma in una garanzia di disoccupazione. Conosco persone che si sono invecchiate inseguendo i contratti a termine che non diventano mai definitivi.
Sull'argomento ci sarebbero molte altre cose da dire. Mi limito ad osservare che il nostro sistema sociale non è maturo per una riforma radicale del mercato del lavoro. Lungo questa strada gli ostacoli sono troppi. Uno per tutti. Prendete una coppia di giovani che voglia mettere su casa e si presenti al direttore di una banca: "Sa, abbiamo visto un appartamentino che farebbe al caso nostro, costa duecento milioni. Noi ne possiamo racimolare, con l'aiuto dei nostri genitori, appena la metà. Per il resto chiediamo un mutuo". Immagino già la risposta del direttore: "un mutuo? Volentieri, lei dovrebbe presentarmi la copia della busta paga. Che contratto ha?". "Sa, lavoro in fabbrica per un anno". "Un anno? E pretende un mutuo? Ma se ne vada, per piacere, se ne vada".
Ecco, in banca succederebbe più o meno così.

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