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E' la riforma del lavoro uno dei temi che, in questo periodo,
più fa discutere e più
appassiona. In un modo o nell'altro
il problema, infatti, ci riguarda tutti.
"Sistemati, figlio mio, trovati
un posto fisso, meglio se alle dipendenze
dello Stato". Era questa la raccomandazione
dei nostri padri, ripetuta fino allo
sfinimento. Con lo Stato uno era "sistemato":
27 sicuro, pensione magari risicata
ma garantita.
Adesso la parola magica è "flessibilità".
Posto fisso, addio. Sono nate nuove
forme di lavoro: interinale, a termine,
part-time, in affitto e via elencando.
Il mercato, si sostiene, offre mille
e mille possibilità. I giovani
hanno soltanto l'imbarazzo della scelta:
sei mesi qui, un anno là, due
anni all'estero. Basta sapersi adattare,
far valere le proprie capacità,
bussare alle porte delle aziende. Proprio
come succede in America dove i lavoratori
si trasferiscono da un posto all'altro
e da un luogo all'altro con estrema
facilità. E quando si rivolgono
alle aziende trovano subito chi li ascolta
ed è pronto a metterli alla prova.
Ma il modello americano, da noi, può
funzionare? I teorizzatori della "flessibilità"
dicono di sì. Io - e non sono
certamente solo - mi permetto di dissentire.
La mobilità è una chimera.
Chi resta a spasso, mettiamo, a 40 anni,
dove trova un altro impiego? "Bussate
e vi sarà aperto", dice
il Vangelo. Le porte delle aziende,
però, restano chiuse se non si
hanno, come si dice, "santi in
paradiso". Al curriculum, inviato
a decine di copie, nessuno si sogna
di rispondere; gli uffici del personale
non ricevono e i dirigenti sono sempre
occupati, "in riunione". Così
anche il lavoro "a termine"
o "interinale" si trasforma
in una garanzia di disoccupazione. Conosco
persone che si sono invecchiate inseguendo
i contratti a termine che non diventano
mai definitivi.
Sull'argomento ci sarebbero molte altre
cose da dire. Mi limito ad osservare
che il nostro sistema sociale non è
maturo per una riforma radicale del
mercato del lavoro. Lungo questa strada
gli ostacoli sono troppi. Uno per tutti.
Prendete una coppia di giovani che voglia
mettere su casa e si presenti al direttore
di una banca: "Sa, abbiamo visto
un appartamentino che farebbe al caso
nostro, costa duecento milioni. Noi
ne possiamo racimolare, con l'aiuto
dei nostri genitori, appena la metà.
Per il resto chiediamo un mutuo".
Immagino già la risposta del
direttore: "un mutuo? Volentieri,
lei dovrebbe presentarmi la copia della
busta paga. Che contratto ha?".
"Sa, lavoro in fabbrica per un
anno". "Un anno? E pretende
un mutuo? Ma se ne vada, per piacere,
se ne vada".
Ecco, in banca succederebbe più
o meno così.
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