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NATALE SENZA PACE

"Pace in terra agli uomini di buona volontà!"
Quel messaggio partì, due millenni fa, da Betlemme, ma oggi, arrivando nel luogo in cui nacque Gesù, si vedono solo immagini di guerra.
Da Gerusalemme a Betlemme la distanza è poca, appena una quindicina di chilometri. Si impiega, però, quasi un'ora per raggiungere le prime case dopo aver superato i posti di blocco e gli sbarramenti dei carri armati israeliani messi di traverso sulla strada.
Le tracce dei recenti scontri fra palestinesi ed ebrei sono dappertutto: negozi devastati dalle cannonate, muri anneriti dagli incendi, automobili mitragliate e ridotte a colabrodi.
Sulla grande piazza davanti alla Chiesa della Natività i pellegrini facevano la fila per entrare. Ci volevano ore. "Vede? - commenta sconsolato padre Ibrahim Faltas, un francescano di origine egiziana che dirige la vicina scuola cattolica - adesso non si vede più anima viva".
L'ingresso alla GrottaI gradini che portano alla grotta della mangiatoia, bassa e scavata nella roccia, hanno al centro un avvallamento. Chissà quanti milioni di scarpe li hanno consumati, nel corso dei secoli. Mi fermo a lungo, non c'è fretta.
Il pavimento della Chiesa della Natività è cosparso di vetri. I proiettili sono entrati dall'alto, con forza, dopo aver sfondato gli ampi finestroni. Anche il tetto è lesionato, quando piove l'acqua cola lungo le pareti e bagna i banchi.
Il sindaco di Betlemme, palestinese, si chiama Hanna Nasser ed è un insegnante. All'ospedale-orfanotrofio della Sacra Famiglia camminiamo tra i segni dei colpi sui muri, per fortuna solidi, dell'antica costruzione. Nel cortile interno, le balaustre sono parzialmente crollate.
Per fortuna nessun bambino è rimasto ferito. Le suore nei momenti più duri li avevano radunati in un corridoio interno, una specie di rifugio con muri spessi un metro e mezzo. Una suorina piccola piccola si fa avanti con un vassoio. Forse vuole offrire qualche specialità palestinese. Altro che dolci! Il vassoio è colmo di schegge raccolte in meno di una settimana.
La "Via Dolorosa"A Gerusalemme c'è una strada molto stretta che taglia la "Via Dolorosa" e conduce al Santo Sepolcro. La prima volta che c'ero stato, diversi anni fa, non avevo potuto, per la gran ressa, entrare nel tempio. Ai primi di novembre, invece, ero praticamente solo. Ho avvertito, nella penombra e nel silenzio, tutta la suggestione di quel luogo straordinario.
A Betlemme, come nella striscia di Gaza, sulle facciate delle case abitate dai palestinesi o all'ingresso dei campi dei profughi, compaiono grandi murales con i volti dei kamikaze autori dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni contro gli israeliani. Visi di ragazzi intorno ai vent'anni che si sono imbottiti di tritolo facendosi saltare in aria nei luoghi più affollati di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Haifa, nei bar, nelle discoteche, sugli autobus, portando all'altro mondo decine, centinaia di innocenti. E' quasi impossibile tenere il conto dei terroristi suicidi; negli ultimi otto anni sarebbero, comunque, almeno cento. Si tratta dei fanatici della Jihad islamica e di Hamas, le organizzazioni estremiste i cui capi - che se ne stanno al sicuro protetti dalle guardie del corpo -se ne servono come "carne da cannone": esseri umani mandati allo sbaraglio e alla morte in nome della "guerra santa" e con la promessa di grandi delizie nel regno ultraterreno di Allah. E' dal 1948 che gli arabi si sono proposti di "ributtare a mare" lo Stato di Israele. Ecco i risultati.
Questa è la Terrasanta. Possibile che tanto odio si sia concentrato proprio qui? Dalla fine di novembre la pressione degli israeliani sui territori palestinesi si era un poco allentata e sembrava che potesse aprirsi qualche spiraglio di pace. Poi, pochi giorni dopo, il terrorismo islamico si è scatenato con una violenza cieca e senza precedenti.
Il messaggio della Nascita, "Pace in terra agli uomini di buona volontà", non è ascoltato proprio nella terra dove doveva essere, per primo, raccolto. Mi auguro di poter scrivere, l'anno prossimo, parole più confortanti.
Il Natale 2001, in tante parti del mondo, non è un Natale facile.

Eugenio Marcucci

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