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Fermo
nelle sue convinzioni religiose, non
se ne faceva lo scudo per la politica,
un trespolo elettoralistico. Uomo dai
"tempi lunghi", avvertiva
che solo un partito moderno, innestato
sulla morale cristiana, alieno da steccati
confessionali, tollerante, pacifico,
ma fermo nelle intenzioni e nell'operare,
poteva interpretare le esigenze popolari
e fare il bene di tutti. Respingeva
il metodo della violenza e dell'intrigo,
credeva solo in quello dell'onestà.
Quando De Gasperi assunse la Presidenza
del Consiglio, l'Europa era stata già
divisa in due zone di influenza (accordi
di Potsdam): l'oriente (URSS) e l'occidente
(USA).
L'Italia si trovava nella zona occidentale,
ma proprio sul confine, mentre i rappresentanti
del più importante partito comunista
dell'occidente facevano parte del Governo.
Iniziava in quel tempo la così
detta "guerra fredda" che
solo con la morte di Stalin (1953) andò
affievolendosi. Di qui il grave problema
per De Gasperi: necessità degli
aiuti USA, mentre alle porte premeva
il totalitario regime sovietico, presente
nel Paese attraverso il PCI.
Si delineava allora la necessità
di estromettere dal Governo i Comunisti,
i quali seguivano la tattica del doppio
binario: contestare nelle piazze ciò
che avevano approvato nel Consiglio
dei ministri. Intanto, anche con la
loro partecipazione, andava delineandosi
la nuova "Carta Costituzionale".
Il PSI seguiva pedissequamente la politica
del PCI. Nel 1946 i Socialisti si divisero,
dando vita al PSDI (Saragat) che si
ispirava al metodo della libertà
occidentale.
La scissione socialista portò
alla crisi di Governo. De Gasperi formò
allora un Governo tripartito: DC, PCI,
PSI; ma dopo breve tempo, vista l'impossibilità
della collaborazione, dette vita al
monocolore DC, appoggiato all'esterno
da Socialdemocratici, Repubblicani e
Liberali. Così l'Italia era definitivamente
allineata sul terreno delle democrazie
occidentali.
Il 18 aprile 1948 gli Italiani premiarono
De Gasperi con una vittoria travolgente
del suo Partito. Quella politica fu
un capolavoro dello statista trentino.
Come tale fu riconosciuta in campo internazionale,
mentre le potenze occidentali videro
confermata la loro ammirazione nel personaggio
che nel 1946 si era presentato a Parigi
a trattare le condizioni di armistizio;
sconfitto, ma con straordinaria dignità.
In quella sede l'Italia da accusata
divenne alleata, con tutti i benefici
che ne sono seguiti di sicurezza, di
libertà politica e civile, di
riforme sociali.
Nel luglio 1948 avvenne l'attentato
a Palmiro Togliatti, leader del PCI.
In un primo momento si temette per l'ordine
pubblico. Fu individuato e arrestato
il colpevole; il capo comunista, adeguatamente
curato, si ristabilì, come anche
l'ordine democratico. Ci fu in quei
giorni di luglio un avvenimento sportivo
che servì a svelenire l'atmosfera
politica: le imprese ciclistiche di
Gino Bartali al "Tour de France".
La mentalità democratica cominciava
a farsi strada nella coscienza degli
Italiani, e con essa la pace e la sicurezza
sociale. Si giunse così a quello
che fu detto il "miracolo economico",
quando le zone del nord chiedevano manodopera
a quelle del sud.
De Gasperi guiderà il Paese fino
al 1953. Per le mutate vicende, passò
la mano ai suoi amici: Pella, Fanfani,
Scelba. Il 19 agosto 1954 si spegneva
nella sua casa di montagna in Valsugana.
Aveva difeso: l'italianità dei
Trentini nei confronti dell'impero austriaco;
la libertà degli Italiani nei
confronti della dittatura fascista e
dell'incombente pericolo comunista.
Aveva sofferto il carcere e l'ostracismo.
Aveva risollevato l'Italia dalle immani
rovine della guerra, sì da meritare
il titolo di "Restauratore d'Italia".
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