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In questo periodo viviamo con l'orecchio teso verso l'Afganistan,
alla ricerca di notizie e di ragioni:
perché i terroristi sono arrivati
a tanto?
Vorremmo tutti trovare una rapida via
d'uscita dal conflitto nel quale si
è cacciato, suo malgrado, l'intero
pianeta.
In questo contesto, tra le tante angosce
che la guerra suscita in molti di noi,
dobbiamo coltivare però anche
uno spazio per la speranza. Non solo
quella di poter vivere in un mondo senza
scontri bellici, con meno terroristi
e integralisti, ma anche quella di avere
una comunità internazionale più
consapevole che il divario economico
tra i paesi ricchi e quelli poveri è
enorme: tale da essere oramai inaccettabile.
Quanto è successo l' 11 settembre
è stato organizzato da un esaltato,
da un pazzo sanguinario. Ciò
che merita una riflessione approfondita
è che costui non solo raccoglie
consensi tra i fanatici religiosi, ma
spesso suscita sentimenti di ammirazione
tra le popolazioni più povere
del pianeta. Ed è anche questo
in fondo che lo fa sentire forte.
Non sarà quindi solo catturando
Bin Laden che si risolverà il
problema.
Una volta terminata questa operazione
dimostrativa contro il terrorismo l'Occidente
dovrà trovare nuove forme di
dialogo e di cooperazione con il sud
del pianeta.
I mezzi di comunicazione di massa, la
televisione in primis, hanno annullato
le distanze. Un afgano, un pakistano,
un indiano hanno oggi modo di vedere
la TV collegata con il satellite, possono
collegarsi a Internet e, attraverso
questi mezzi, possono conoscere il mondo
ricco, probabilmente più di quanto
noi occidentali conosciamo della loro
miseria. Cosa può pensare dei
nostri film, delle nostre pubblicità,
della nostra opulenta quotidianità
chi vive ogni giorno con il pensiero
assillante di non riuscire a scaldarsi
o a mangiare? E cosa pensa oggi dei
nostri aerei invisibili e tecnologicamente
meravigliosi, delle nostre bombe intelligenti?
Di noi che da dietro i nostri sedicinoni
guardiamo questi War-games?
Non possiamo continuare a far finta
di non sentire il grido di questi uomini.
C'è tanta disperazione là
nella foresta, là nella Sherwood
del terzo millennio, tanta che il popolo
che soffre (i due terzi dell'intera
popolazione mondiale) è alla
ricerca del proprio Robin Hood.
Questo oggi è più chiaro.
Lo ha capito per primo un mostruoso
criminale. Un uomo ricchissimo, spregiudicato
e folle, che speriamo di catturare presto.
Dopo, però, cerchiamo soluzioni
capaci di risolvere il problema alla
radice, altrimenti le vittime di New
York, e le lacrime dei loro familiari
non saranno servite a nulla.
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