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SCHEDA BIBLICA
a cura di don Ugo Ughi

 

PER ME VIVERE E’ CRISTO

E’ una affermazione di straordinaria efficacia, con la quale San Paolo descrive il suo rapporto personale con il Signore Gesù: "Per me vivere è Cristo" (Lettera ai Filippesi, Capitolo 1, versetto 21); Cristo per Paolo è tutto: il senso, lo scopo, la spina interiore, la ragione della sua vita, dei suoi sacrifici, delle sue attese, di tutto il suo impegno di missionario del Vangelo.
Gesù lo ha fermato sulla strada di Damasco e gli è entrato nel cuore e in tutte le fibre del suo essere. Nella lettera ai Galati, capitolo 2, versetto 2, l’apostolo ha scritto: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me".
Durante la stesura della lettera ai cristiani di Filippi, città della Macedonia, l’apostolo è in carcere a motivo del Vangelo: "desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono svolte piuttosto a vantaggio del Vangelo, al punto che in tutto il pretorio e dovunque si sa che sono in catene per Cristo" (Lettera ai Filippesi, cap. 1, vers. 12-13). Questa convinzione lo colma di gioia: "Purché in ogni maniera… Cristo venga annunziato, io me ne rallegrerò e continuerò a rallegrarmene" (cap. 1, vers. 18).
L’esperienza della prigionia lo porta al pensiero della morte: è possibile che al carcere succeda il martirio. Questo pensiero lo lascia interiormente libero. "Sono messo alle strette, infatti, tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne" (cap. 1 vers. 23-24).
Continuare a vivere o affrontare la morte, tutto sommato, per San Paolo è una cosa indifferente: da una parte, è forte il desiderio del martirio per essere definitivamente e pienamente con il suo Signore; dall’altra, è ugualmente decisa la volontà di spendere la vita per il Vangelo e per il consolidamento della fede nella comunità cristiana.
A fondamento di tutto sta la profonda comunione con Cristo, la condivisione dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, la generosa accettazione dei suoi criteri. A questo devono tendere tutti i cristiani chiamati a vivere nella concordia e nell’unità: "Non fate nulla per spirito di rivalità o per vana gloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (cap. 2, vers. 3-5).
Tale indicazione di San Paolo riecheggia la parola di Gesù durante l’ultima cena, dopo la lavanda dei piedi: "Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" (Vangelo di Giovanni, cap. 13, vers. 15). E dalla croce Gesù ci si offre come modello di perfetta sintonia con Dio e di incondizionata adesione al bene dell’umanità. Ora, nella lettera ai Filippesi, al Cap. 2, vers. 6-11, si parla di Gesù, Figlio di Dio, che sceglie la via dell’umiltà dell’abbassamento, anzi, dell’annientamento, per condividere fino in fondo, anche con l’ultimo degli uomini, la nostra condizione umana e immettervi la potenza della sua divinità che trasforma e salva. E Gesù vive la sua condizione di uomo nell’obbedienza perfetta al Padre e al suo disegno salvifico: "Fino alla morte e alla morte di croce". Ciò che conta per Gesù è essere amorosamente fedele al Padre, anche nel dolore, fino sulla croce.
"Per questo Dio l’ha esaltato", ne ha manifestato la grandezza, risuscitandolo da morte e costituendo così Signore e Cristo, come dichiara solennemente Pietro nel giorno di Pentecoste.
San Paolo ha condiviso con passione e umiltà la via della croce, tracciata da Gesù. Per questo tutta la sua vita e il suo indefesso lavoro missionario sono stati straordinariamente fecondi, pur in mezzo a difficoltà, rifiuti, parziali insuccessi, opposizioni, sofferenze di ogni genere.
E’ la logica fruttuosa della Pasqua: l’obbedienza amorosa e perseverante a Dio non delude le nostre attese, perché ci conforma alle stesse prospettive divine. La morte non scalfisce, tanto meno annulla, la forza dell’amore e della fedeltà, anzi, l’amore vince la morte con le sue opere e apre sempre alla vita, ad esiti felici.

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