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I l duro inverno

      di Luigi Speranzini
 

Il contadino di un tempo collegava sempre l’inverno alla paura di andare incontro al freddo ed alla fame. Tutti conoscevano e ricordavano il vecchio proverbio:

"Fino a Natale
non c’è né freddo né fame,
da Natale in là
freddo e fame in quantità"

Ai primi freddi non ci si faceva caso, ma quando a dicembre si faceva sentire il vento di tramontana allora incominciavano i guai per le persone, per gli animali e anche per le cose.
Spesso il vento era così forte che faceva ondeggiare paurosamente i pagliai e minacciava di buttarli a terra; allora era un corri corri per puntarli con stanghe e reale.
Poi arrivavano le grandi nevicate e con la bora si formavano le alte "rufine" (refoli di neve) che era un’impresa rimuovere.
Non si poteva neanche pensare di aprire, fra tanta neve, la strada con la "lupa", tirata dai buoi che affondavano fino alla pancia.
I vecchi ricordavano che nel 1929, l’anno del nevone per fare il pane hanno dovuto scavare delle trincee vere e proprie per arrivare alle capanne dove c’era il forno e che hanno bruciato molte fascine per liberare dalla neve solo la parte terminale del comignolo.
Raccontano che quella neve, fuori da ogni immaginazione, era un vero problema per sfamare i maiali e gli animali da cortile che stavano rinchiusi nelle stallette, senza parlare dell’acqua che per molti giorni l’hanno ottenuta sciogliendo la neve.
A quei tempi era difficile difendersi dal freddo anche con gli indumenti pesanti, compresi gli scarponi, le fasce e gli ampi mantelli allora in uso.
Un anno c’è stato un inverno con il freddo così intenso che si sono seccati tutti gli ulivi del fondo.
Nonno raccontava che "Ntogno Poggiaioli" era rimasto stecchito su un "oppio" mentre stava potando.
Era rimasto accovacciato con le mani che stringevano i rami.
Una donna passando sulla strada e vedendolo gli chiese: "E’ freddo, Ntogno?" Non ebbe risposta, ma vedendo oscillava (mosso dal vento) pensò che gli avesse risposto di no! Ntogno, a dir il vero mingherlino, si era sposato con la Rosa che non era affatto bella.
Erano non solo i lineamenti della faccia dei due ad essere irregolari, ma c’era anche il fisico che faceva contrasto: lei era un donnone con un sedere spropositato, lui era così striminzito da sembrare un cardellino.
Quando si vedevano in giro insieme la gente diceva che erano l’abbondanza e la carestia che andavano a braccetto.
Fra marito e moglie si davano del "voi" come era uso a quei tempi e fra i due non c’era mai stato un ben che minimo dissidio, dopo tanti anni di matrimonio.
Tutti ricordano ancora il ritornello che Ntogno ripeteva alla Rosa:

"Brutto io e brutta voi,
brutta razza farem noi"

Ma Ntogno e la Rosa non generarono brutta razza, perché non ebbero figli.
Ntogno è ancora ricordato dalla gente del luogo per quel cenno negativo, quando la donna gli aveva chiesto se aveva freddo.

 

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