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ALCATRAZ - l'isola dell'ingiustizia

DA UNA STORIA VERA, UN INNO AL CORAGGIO

 

Premessa: con questo articolo concludo la mia breve serie di commenti a film carcerari; si tratta di un genere particolarmente interessante ed appassionante, in quanto vi si possono trovare spunti di profonda riflessione e importanti insegnamenti, gli stessi che mi ha premuto farVi conoscere su "La nostra Valle" in questi ultimi tre mesi; occorre inoltre ricordare che vi sono situazioni di prigionia nella vita di tutti i giorni, nonostante non si viva materialmente dietro le sbarre.


Parliamo del film americano "Murder in the first" diretto nel 1995 da Marc Rocco, il cui titolo tradotto significa "Omicidio di primo grado", ma che è uscito in Italia con la denominazione "L'isola dell'ingiustizia - Alcatraz".
E' una pellicola che annovera un cast d'eccezione ed è ispirata ad una storia realmente accaduta nel carcere di Alcatraz, situato nell'omonimo isolotto della baia di San Francisco: il penitenziario - inaugurato nel 1934 e chiuso nel 1963 - è sempre stato celebre per aver costituito la prigione a prova di fuga per antonomasia; tuttavia, esso fu aperto soprattutto per ragioni di prestigio durante l'epoca dei gangster e comportava pesanti oneri per il bilancio pubblico visto anche l'alto numero di guardie rispetto ai reclusi; di conseguenza, non essendo in circolazione molti Al Capone da tenere al fresco, vi vennero trasferiti, per ridurre l'incidenza dei costi, molti detenuti che avevano compiuto delitti minori, tra cui Henry Young (Kevin Bacon) che finì ad Alcatraz per un furto di cinque dollari, compiuto al fine di poter sopravvivere, in seguito alla morte dei genitori. Young, dopo un fallito tentativo di evasione, verrà segregato per un tremendo periodo di tre anni e due mesi - dal 1938 al 1941 - in un'oscura e strettissima cella posta nei sotterranei, detti anche "fossa" o segrete, nonostante le leggi limitassero a soli diciannove giorni la permanenza massima di un detenuto in isolamento, subendo ogni forma di tortura da parte del condirettore Milton Glenn (Gary Oldman). Scrive in proposito, il critico Gianguido Spinelli: "Ispirandosi all'iconografia evangelica del Cristo in croce, il film ci presenta il carcerato come l'uomo più disgraziato della terra, la vittima simbolica di tutta la malvagità del mondo".
Quando le autorità carcerarie decideranno di porre termine all'isolamento, per Young, ormai ridotto ad uno stato selvaggio e irrazionale, l'unico pensiero sarà la vendetta nei confronti di colui che lo tradì nel tentativo di evasione tre anni prima, e che ucciderà servendosi di un cucchiaio da cucina.
Per lui si aprirà un processo per omicidio di primo grado, reato che prevede la condanna a morte, e a difenderlo arriverà un avvocato d'ufficio alla prima esperienza professionale: James Stamphill (Christian Slater). Questi scoprirà le atrocità commesse ad Alcatraz nei confronti di Henry e darà il tutto per tutto al fine di salvarlo, attaccando le condizioni disumane del carcere, portando anche la vicenda in televisione e sulle prime pagine dei giornali: dovrà però scontrarsi con una realtà a lui avversa: un'opinione pubblica che vedeva in Alcatraz il simbolo dell'ordine pubblico e soprattutto un sistema di potere fatto di connivenze e omertà, del quale faceva parte anche il fratello maggiore Byron - anch'egli avvocato - il quale, seppure avesse sempre aiutato James negli studi, cercherà inutilmente di fermarlo, al fine di non discreditare i potenti a lui vicini e lo stile di vita americano in un mondo dilaniato dal secondo conflitto mondiale.
Stamphill riuscirà, dopo un entusiasmante susseguirsi di indagini e dibattimenti in tribunale nel suo intento di ottenere la preterintenzionalità dell'omicidio e di mettere sotto inchiesta la prigione di Alcatraz; Young eviterà così la pena capitale e dovrà tornarsene nell'isola dell'ingiustizia per scontare una nuova condanna a tre anni. Il tutto si svolgerà con lo scenario di fondo costituito dalla società statunitense appassionata di baseball, al tempo in cui Joe Di Maggio - che per tutta la durata del film sarà al centro dei pensieri e dei discorsi del detenuto Henry - raggiungeva il record di palle valide per cinquantasei partite consecutive.
In questa storia possiamo trovare due significativi esempi di uomini coraggiosi.
Innanzitutto l'avvocato James Stamphill, che sarà pronto a rischiare le proprie comode prospettive di carriera e guadagno per salvare il suo assistito, affrontando le avversità prima menzionate; il suo altruismo verrà però alla fine premiato.
Va poi soprattutto messo in rilievo il coraggio di Henry Young, che in un primo tempo desiderava dichiararsi colpevole e morire nella camera a gas piuttosto che tornare a subire violenza ad Alcatraz, e vedeva in James non un avvocato, bensì un amico con cui poter trascorrere gli ultimi istanti di una vita nella quale non aveva mai conosciuto l'amicizia; tuttavia, nel momento decisivo in tribunale, comprenderà che solo evitando la condanna a morte avrebbe messo Stamphill nella posizione di attaccare il sistema carcerario al fine di impedire altri soprusi ai danni dei detenuti; quindi, con un eroico atto di coraggio, desisterà dalla volontà di dichiarare al giudice un'ingiusta sua colpevolezza.
Henry, poco tempo dopo il processo, verrà rinvenuto morto ad Alcatraz, ma con accanto una parola graffiata sul pavimento con una pietra: "VITTORIA". Significativo è anche il momento del suo ritorno nel penitenziario - quando il condirettore Glenn ordinerà alle guardie di rinchiuderlo nuovamente nei sotterranei, verso i quali Henry si dirigerà a senza più alcun timore - quando troverà la gratitudine degli altri detenuti, che accompagneranno ogni suo passo in direzione della "fossa" colpendo le sbarre delle celle con un oggetto metallico, quasi a scandire il ritmo di un'immaginaria marcia trionfale. Alcuni mesi più tardi, le ingiustizie denunciate nel corso del processo condurranno alla chiusura definitiva delle segrete di Alcatraz e al licenziamento di Glenn.
Certo, se Henry Young avesse continuato ad avere paura, finendo nella camera a gas, i soprusi all'interno delle carceri americane sarebbero continuati e la sua breve esistenza sarebbe stata totalmente una sciagura; invece, affermerà James Stamphill: "Henry Young non è morto invano: alla fine non aveva più paura, ed è vissuto e morto in trionfo. Magari potessimo farlo tutti!".

                                                                            Marco Cingolani            

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