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Giuseppe Fanin

 

N.B. Le notizie che seguono sono state in gran parte desunte dal giornale "Avvenire" che il 5.11.98 dedicava al Fanin un’intera pagina: giornale dei Cattolici, ma che i Cattolici, anche organizzati, non leggono.


La sera del 4 novembre 1948 Giuseppe Fanin, giovane sindacalista cattolico, per il quale la Chiesa di Bologna ha avviato il processo canonico di beatificazione. Veniva aggredito, mentre rincasava in bicicletta, da tre sicari che avevano ricevuto l’ordine di dargli "una lezione" dal segretario della sezione comunista di S.Giovanni in Persiceto.

Percosso da una verga di ferro, ritrovata poi in un campo attiguo, colpito alla nuca e al viso lasciato rantolante su un mucchio di ghiaia, fu trovato verso le 22 d aun suo intimo amico, che però subito non lo riconobbe, tanto il suo volto era sfigurato. Il Fanin spirava alle ore 1,25 del 5 novembre 1948 nell’ospedale di San Giovanni in Persiceto, senza aver potuto pronunciare una parola. Quel giorno le strade del paese erano deserte. Il silenzio regnava ovunque. Il 7 novembre furono celebrati solenni funerali, con immenso concorso di popolo. A una lettera del cardinale di Bologna Nasalli Rocca, la madre del martire faceva eco: "Accetto da Dio il sacrificio di mio figlio, perché sa pace nella nostra terra".

In un primo momento i comunisti respinsero le accuse, sostenendo perfino che a uccidere Giuseppe Fanin furono gli stessi democristiani. Quella tesi fu sostenuta anche da Giancarlo Pajetta, gridando alla speculazione politica, il 18 novembre 1948 in un teatro affollatissimo. Poi mandante ed esecutori confessarono. Durante il processo che si svolse a L’Aquila, il padre del martire ebbe un nobile e tranquillo: "La legge segua il suo corso –disse- da parte mia non c’è alcuna animosità".

Un santo laico, Giuseppe, impegnato nel sociale. I suoi amori: la famiglia, il lavoro, la gente dei campi. Era un sindacalista formato alla scuola del Vangelo: giustizia e pace. Non cercava il potere e il successo, ma metteva la sua competenza a servizio del bene comune e, in particolare, del ceto operaio. A ciò è necessaria una forte spiritualità, di cui il Fanin era ben fornito. Era convinto che senza Cristo non vi può essere apostolato sociale. Dalla famiglia aveva assorbito una religiosità limpida che era alla base delle istanze sociali che promuoveva.

Pur vivendo in un luogo e in un periodo dove la violenza era all’ordine del giorno (il delitto Fanin non fu un caso isolato, ma avvenne nel contesto di numerose violenze, perpetrate negli anni ruggenti da parte dei "rossi" contro i cattolici. Il 13.11.48 l’ "Avvenire d’Italia" pubblicava il copioso elenco delle aggressione compiute contro gli aderenti ai liberi sindacati dal 21 settembre al 15 ottobre: una ventina in sì pochi giorni!), a chi lo consigliava di prtare un’arma, Giuseppe – pur consapevole del pericolo che correva – mostrava la corona del rosario.

Don Enelio Franzoni, cappellano in Russia e parroco di S. Giovanni in Persiceto al tempo dell’omicidio, dice il Fanin: "Era certamente un leader; si distingueva dagli altri, li sapeva organizzare e trascinare. Il suo omicidio fu per noi uno sconvolgimento totale… E’ stato ammazzato solo per stroncare le idee che portava avanti, per risolvere il problema dei campi in cui viveva, e dei braccianti che affollavano la campagna".

Aprendo il processo di beatificazione, il card. Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, ha ricordato che proprio a Giuseppe Fanin – "figura luminosa, che dalla Provvidenza ci veniva indicata come modello"- era intitolato il Circolo ACLI della sua parrocchia in Milano. Ma oltre ad essere propagandista delle ACLI, il Fanin era stato militante nella FUCI, attivista della DC, organizzatore dei liberi sindacati. Voleva un sindacato autonomo, come Grandi e Pastore, di ispirazione cristiana.

L’affermarsi di questi liberi sindacati esasperò gli animi dei comunisti, soprattutto nella regione emiliana, dove la competizione trascese, da parte dei "rossi", a minacce e violenze, non soltanto verbali contro quei lavoratori che mostravano di volersi scuotere di dosso il giogo stalinista.

Per merito del Nostro, stava maturando una felice soluzione del problema del bracciantato. Per ciò, con logica bolscevica, i suoi giorni erano contati.

Nato a S. Giovanni in Persiceto (BO) da genitori veneti l’8 gennaio 1924, Giuseppe entrò, nel 1934, nel Seminario di Bologna, che frequentò solo per breve periodo, non sentendosi chiamato al sacerdozio. Diplomatosi nel 1943 all’ Istituto Tecnico agrario di Imola, si iscrisse nello stesso anno alla facoltà di Agraria dell’Università del capoluogo emiliano, dove si laureò nel febbraio 1948, ultimo anno di vita.

Fiorenzo Carbonari     

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