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Don Giovanni Calabria

 

Fondatore dell' "Opera dei poveri servi della divina Provvidenza" e della "Casa dei buoni fanciulli", don Calabria le considerava cosa esclusivamente di Dio; se stesso povero strumento, "zero e miseria". Cessato lui, l'Opera ha continuato a gravitare tranquilla su la divina provvidenza. Fu S. Zeno in Monte nella città di Verona la sede di don Calabria e casa madre delle opere.
Nato e morto nella stessa città, la sua vita va da 8.10.1873 al 4.12.1954. Nel telegramma di condoglianze per la sua morte, il Papa Pio XII lo chiama "campione di evangelica carità", lui che fu padre dei più poveri, quali sono i fanciulli orfani, abbandonati e senza pane. Era nato da famiglia poverissima. Alla morte di suo padre, calzolaio, tre figli rimasero a carico della madre che si arrabattava, per sfamarli, a fare la lavandaia. Il piccolo Giovanni soffriva, non per sé, ma nel vedere gli altri che pativano. In questo desiderio di dedizione, germogliò in lui la vocazione al sacerdozio.
Aveva trovato intanto un posticino da garzone presso un chincagliere della città. Licenziato per un piccolo danno involontariamente arrecato, il padrone gli dette questa liquidazione: "Va a farti prete, che non sei buono ad altro!" risposta secca: "Sicuro, signor padrone, mi faccio prete". Ma i mezzi non c'erano. Pur trovandosi in età adolescenziale, dovette stare a stecchetto: polenta e zucchero d'orzo (poco). Non poteva così brillare nella scuola, dove era considerato tra gli ultimi. Ne prese occasione, per sprofondare sempre più nell'umiltà, indispensabile per il futuro apostolato. La "Provvidenza che governa il mondo" lo fece incontrare con un pio e nobile sacerdote, che faceva scivolare nella mano di Giovanni e di sua madre qualche liretta; ma quella di Giovanni finiva più nelle tasche degli altri poveri che nelle sue.
Si mise così a visitare i malati all'ospedale e qualche povero più indigente. Il Calabria, ancor seminarista, passò anche attraverso la prova della leva militare, arricchendosi di preziose esperienze. Fu ordinato sacerdote l'11 agosto 1901. Assegnato come secondo curato a S. Stefano, al lavoro suo proprio aggiunse quello di assidue puntate agli ospedali, alle carceri, ai malati poveri. Sua idea motrice fu: il sacerdote, per santificare, deve essere santo. Pur non restando mai fermo, riuscì a rimanere sempre nascosto. "Le anime costano sangue!" soleva dire.
Quelle parole nascondevano sofferenze e persecuzioni, anche diaboliche. La sera del 26 novembre 1907 segna la data di nascita dell'Opera di don Calabria. La sua carità non poteva più essere nascosta. Iniziò a tenere con sé cinque ragazzi, ai quali accudiva la mamma di d. Giovanni. Man mano che il numero aumentava, fu necessario trasmigrare da una casa a un'altra più ampia, fino a che nell'autunno del 1908 il sacerdote e i suoi ragazzi presero dimora a S. Zeno in Monte. Non tardarono a venire sigillo divino delle opere di bene contrarietà e persecuzione.
Un giorno un quotidiano "Verona Popolare", pubblicò un articolo pieno di maligne insinuazioni contro don Calabria. Ci fu chi lo consigliò a porgere querela; ma il pio coraggioso don Giovanni giunse al contrario a ringraziare l'autore dell'articolo. Scompariva così ogni dubbio che quell'Opera fosse di Dio.
E il denigratore divenne amico del sacerdote. Già alla sua morte, i ragazzi poveri accuditi e preparati alla vita erano 2.500, ma don Calabria non aveva mai nutrito il desiderio di veder troppo crescere la sua Opera. "Non mi attrae la quantità diceva ma la qualità, i pochi faranno i molti". Suoi motti: "L'Opera sarà grande se sarà piccola, sarà ricca se sarà povera, avrà protezione di Dio, se non cercherà quella degli uomini." La sua sapienza amministrativa era quella del Vangelo: "Non vi angustiate per la vostra vita…" "Cercate prima il Regno di Dio…".
Di qui la fuga dalle protezioni umane, anche se profferte da alte personalità. D. Calabria fu fedelissimo al suo programma di nascondimento. Tra i fondatori, pochi hanno viaggiato meno di lui. Non si va oltre Torino, Milano, Venezia, Roma. Rigido con se stesso, la sua non era santità dura, ma attivava e parve a tutti un riflesso della amabilità di Dio. Tra gli scritti di don Calabria eccelle "Apostolica vivendi forma" (stile apostolico di vita). Da tutti parte un coraggioso messaggio sempre valido, ricco di un realismo, di una sincerità, di un totalitarismo evangelico impressionante.
Vivere il Vangelo, tutto il Vangelo: è il chiodo di don Calabria. Soleva dire: "Non pensate che, per essere santi, si debbano fare cose straordinarie; no, basta che siano sante e perfette le disposizioni con cui attendiamo ai nostri doveri quotidiani". Nessuno seppe mai quali e quante fossero le malattie che martoriavano quel santo prete. Gesù lo associò all'agonia del Getsemani. Don Giovanni Calabria morì il 4 dicembre 1954.
La morte, che segna la fine di tante glorie terrene, per don Calabria parve l'albeggiare di una gloria senza tramonto.

Fiorenzo Carbonari    

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