"Ritorno": così
abbiamo intitolato il secondo ciclo di schede catechistiche suggerite dall'Anno del Padre.
Nel numero precedente, uscito per Pasqua, il tema del ritorno ci ha spinto a un
"esame di coscienza", sulla scorta del racconto della parabola del figlio
prodigo ("allora rientrò in se stesso").
Questa volta dall'esame passiamo all'azione. "Si alzò per tornare da suo padre" (Luca 15,11-32).
Non basta l'esame di coscienza. Siamo sin troppo abituati a fare constatazioni amare sulla
nostra situazione: "Io qui muoio di fame".
Bisogna avere il coraggio della coerenza, la forza di non cedere alla debolezza della
paura o della disperazione. Lamentarsi, senza reagire per uscire dalla condizione in cui
ci si è cacciati, non serve a nulla. La diagnosi più indovinata e spietata non guarisce,
se non si ricorre alla cura.
Stranamente, spesso preferiamo rimanere "a pascere i porci" e a
invidiare le "carrube" di cui si nutrono. Le parole che più di
frequente adoperiamo sono: "Ormai è troppo tardi"; "Non ce la
faccio più a rompere le mie abitudini"; "E' più forte di me";
"Ho paura di quello che diranno gli altri"; "Ho preso impegni
e non posso tirarmi indietro"
Il figlio della parabola invece dimostra di aver almeno conservato il senso della sua
dignità di uomo. Ha la consapevolezza di ciò che ha perduto; è disponibile a pagare un
prezzo per la sua riabilitazione e lo accetta umilmente, nella nobiltà della verità e
della sofferenza ("prendimi in casa come tuo servo").
L'atto di alzarsi e partire, la fermezza di un proposito, la forza di un distacco dal
passato fanno già la grandezza di un uomo che ritrova se stesso. Lungi dall'essere un
fatto di debolezza e di umiliazione è un gesto coraggioso e onorevole, pienamente umano.
La "conversione" è tutto questo.
È "cambiamento di mentalità", per cui si riconosce lealmente di avere
sbagliato, senza ricorrere a scuse o a pretesti.
È lucida valutazione di ciò che si è perduto: Dio,anzitutto, Bene supremo, il Padre
autore della vita e fonte della verità; se si rimane staccati da Lui, non è possibile
realizzare se stessi; se ci si rifiuta di seguire le norme che Egli ha tracciato per il
bene nostro e degli altri, ci si perde nella nebbia dell'errore, si procurano mali
personali e sociali.
Quando si perde il Padre, si perde non solo se stessi, ma si perde anche la
"casa", la famiglia, la Chiesa, nella quale Cristo ci fa trovare la luce della
Parola, il dono della vita divina, la compagnia dei fratelli. La "casa" è
l'ambiente normale e quotidiano; nell'euforia dell'abbandono ci si illude di lasciare,
finalmente, un luogo chiuso e monotono, pieno di difetti e di convenzionalità, ma poi ci
si accorge che da esso hai avuto tutto quello che ti permette di vivere sereno, nella
garanzia di sicurezza che non puoi trovare altrove: la pace con Dio, con i tuoi simili,
con te stesso e la certezza della salvezza eterna.
Nella "conversione" (che in latino si dice "penitenza") c'è il
riconoscimento doloroso dell'errore che si è fatto ("pentimento"): "Non
sono più degno di essere chiamato tuo figlio"; c'è il "proposito" di
ritornare per sempre, senza più allontanarsi da casa; c'è la volontà di
"soddisfare" come si può, per esprimere il desiderio di riparare al danno
irreparabile che si è procurato. Ed ecco l'ultimo passo: l'"accusa" di se
stesso, la "confessione": "Padre, ho peccato contro il cielo e contro
di te".
Qual è la conclusione di tutto questo?
La festa.
Il figlio si autoaccusa. Il Padre non gli lascia neanche il tempo di dire tutto il
discorso che si è preparato. Il Padre sa tutto. Il Padre, più ancora, lo aspettava da
sempre, pazientemente, senza mai rinunciare alla speranza. Ne è prova il fatto che "lo
vide di lontano". Quando lo vede si precipita a incontrarlo ("gli corse
incontro"), "gli si gettò al collo"; è "commosso";
in un impeto di amore "lo baciò".
Non ascolta il discorso preparato: è sufficiente alla sua comprensione il ritorno, lo
stato in cui il figlio gli si presenta, il pentimento evidente. Negli ordini che dà ai
suoi servi, concitato, emerge la sua volontà: reintegrare il figlio nella condizione di
prima (vestito più bello; anello al dito, calzari ai piedi) e far festa,
"sprecando" tutto ciò che c'è di meglio: "il vitello grasso" per un
sontuoso banchetto.
L'altro figlio può essere gretto e invidioso quanto vuole: lui non perde nulla; il Padre
ha riacquistato a sé un figlio e a lui un fratello.
Il Sacramento della Confessione o Penitenza o Riconciliazione è tutto qui.
Per celebrarlo bene occorrono: un esame di coscienza, un vero pentimento, un fermo
proposito, un'accusa sincera, una volontà di soddisfare al male fatto. Il perdono è
garantito. Nella "casa", la Chiesa, Gesù ha lasciato la facoltà del perdono.
La sera della risurrezione ha detto ai suoi apostoli: "Ricevete lo Spirito
Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno
non rimessi". (Giovanni 20, 22-23) |