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La gresta del cunile

di Luigi Speranzini

 

Luigi era un bambino magrolino con i capelli ricci di color castano scuro. Aveva due occhioni grigi che sembravano che parlassero prima ancora di aprire la bocca. Era di statura un po' superiore alla media e aveva un'agilità che gli era invidiata dai suoi compagni, che gli appiopparono il nomignolo di Saltafossi.
Veniva da un grande casolare di campagna distante alcuni chilometri dalla scuola. La sua era una famiglia patriarcale. Era forse l'ultima famiglia patriarcale che la gente conosceva. Suo non Antonio era un vecchio di oltre ottant'anni che si vantava di essere rimasto "l'ultimo capoccia della terra". Era costui uno che aveva il senso degli affari, faceva i conti a memoria ed era un esperto in fatto di stime: sapeva dirti l'ora senza consultare l'orologio, ti diceva quanto pesava quel maiale senza usare la bascula, qual era la misura di questo o quel campo senza aver mai visto una fettucia metrica. Insomma era una persona di grande esperienza che si muoveva facilmente nel suo mondo.
Aveva tre figli maschi, tutti sposati e con figli, ma era sempre lui quello che dirigeva la baracca. Il podere era molto grande e il lavoro non mancava per nessuno. Conducevano una vita discreta per quei tempi e sulla tavola la carne c'era spesso. Era per lo più quella dei polli e dei conigli; solo raramente era carne del macello, cioè quella bovina.
Una brutta estate in quella casa morirono tutti i conigli e Antonio pensò bene di disinfettare tutte le stallette e le conigliere, poi ricominciò ad allevare i conigli, ma già in primavera una brutta malattia sterminò quasi tutti i conigli. Il veterinario sentenziò: "mixiomatosi" e dopo aver fatto uccidere e bruciare i pochi superstiti raccomandò che i nuovi conigli fossero vaccinati. E così fu fatto, ma a distanza di qualche mese una nuova malattia fece piazza pulita dei conigli.
Questa volta Antonio uscì di pazienza e disse che fin che campava lui, in quella casa non voleva più saperne di allevare conigli. In compenso furono allevati tanti polli. Intorno a casa si vedevano razzolare pulcini e galline, galli e capponi, e poi faraone, anatre e oche.
Adesso sulla tavola c'era quasi sempre carne di pollo e tante frittate. Saltafossi a scuola di questo non ne aveva mai fatto cenno, anche perché suo padre gli aveva raccomandato di non far sapere ai suoi compagni "i fatti di casa propria".
Un giorno però, all'ora di merenda, quando Saltafossi tirò fuori la solita frittata fra due fette di pane, qualcuno disse che a casa di Saltafossi si allevavano polli e niente conigli. Il ragazzo ci rimase male e proprio per questo i compagni incominciarono a prenderlo in giro. Dopo alcuni giorni il poveraccio riferì tutto alla madre che lo rincuorò e gli disse: dì ai compagni che noi i conigli non li alleviamo, ma li comperiamo e li mangiamo come fanno tutti.
Il giorno dopo quei monellacci tornarono alla carica, ma Saltafossi, istruito dalla madre, seppe rispondere per le rime. E quando qualcuno gli chiese qual era per lui la parte più buona del coniglio, quello rispose: la gresta.
E da quel giorno Luigi per i suoi compagni non era più Saltafossi, ma Lagrestadelcunile.

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