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  Riflessioni...

 

di   Eugenio Marcucci

 

Ho risentito, dopo più di cinquant'anni, la parola "sfollati" e la mia memoria è tornata indietro.
Mi rivedo in Romagna, a Cesena. Sulla città piovevano bombe e da un momento all'altro anche la nostra casa poteva trasformarsi in un mucchio di macerie con noi sotto. Ci incamminammo, un giorno, verso la campagna. C'erano casolari sparsi e paesetti; lì le bombe non sarebbero arrivate. Mia madre si fece coraggio e bussò alle porte. I contadini stavano appena ad ascoltarci, noi eravamo forse gli ultimi di una lunga fine di postulanti. No, non ci potevano ospitare, tutti i letti erano occupati. Pieni anche i fienili, le stalle.
Tornammo indietro, rassegnati al peggio. La notte la passavano nelle cantine, come i topi. E quando di giorno scattava, lugubre, la sirena dell'allarme aereo, correvamo nei rifugi. Il riparo più sicuro era sotto la rocca dei Malatesta, scavato nella pietra. Ma bisognava stare in piedi per la gran folla, come sull'autobus nelle ore di punta.
Dal Kosovo se ne vanno gli "sfollati" e cercano una nuova casa. Non sono sfollati nel vero senso della parola, sono profughi cacciati dai paesi e dalle città. Li hanno privati di tutto, meno che del ricordo delle atrocità alle quali sono stati costretti ad assistere.
Nelle città della Serbia bombardate dalla NATO la gente vive, come un tempo noi, alla maniera dei topi. Fatta eccezione per quelli che Milosevic trasforma in "scudi umani", nell'illusione che i missili siano così intelligenti da risparmiare un essere umano che si trovi sulla loro traiettoria. Ma i missili, per quanto tecnologicamente perfetti, sono privi di cervello e ai cosiddetti "danni collaterali" non badano.
Le scene, che le televisioni fanno entrare in tutte le case, sono diventate ormai un'abitudine. Le guardiamo distratti, continuando a occuparci dei fatti nostri come se niente fosse. Cinquecentomila, un milione di profughi. Cifre da capogiro. Gente che deve mangiare, vestirsi, sottrarsi al freddo e alla pioggia. Bambini, vecchi, donne, con addosso soltanto quattro stracci, le sole cose che hanno potuto portar via, nella fretta di scappare.
Penso al dramma degli uomini validi, risparmiati dalle milizie serbe, che sono riusciti a portare in salvo le famiglie, spesso numerose. Guardano a un futuro che non c'è o che, bene che vada, sarà difficilissimo. Se otterranno di tornare indietro troveranno solo rovine e dovranno ricominciare la vita daccapo.
Tutte queste cose accadono sotto i nostri occhi. Chissà se le ferite di quest'ennesima guerra balcanica si rimargineranno mai? Forse, fra dieci o vent'anni, le tracce delle distruzioni non si vedranno più. Ma, dall'anima, i colpi chi potrà cancellarli?

 

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