Vogliamo
questa volta concludere il secondo ciclo di schede catechistiche suggerite dall'Anno del
Padre, alle quali abbiamo dato il titolo di "Ritorno". Siamo nel Tempo
Pasquale. Il "ritorno si conclude con la "festa".
"Presto, portate qui il
vestito più bello
"
La "perla delle parabole" ci ha aiutato nelle ultime due schede a ripercorrere
le tappe della "conversione", leggendole alla luce del Sacramento della
Penitenza. Il ritorno al Padre ha infatti nella celebrazione di questo Sacramento la via
ordinaria per la sua realizzazione.
La parola di Gesù è chiara; dice ai suoi apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo. A
chi rimetterete i peccati saranno rimessi; a chi non li rimetterete resteranno non rimessi"
(Giovanni 20, 22-23).
Le tappe della conversione (esame di coscienza; pentimento; proposito; accusa;
soddisfazione) le abbiamo ritrovate tutte nella vicenda del figlio che, lasciata la casa
del padre e sprecati tutti i suoi beni, ritorna sui suoi passi, con amarezza, ma anche con
gesto umano che rivela forza di animo e nobile senso di dignità: la verità va guardata
in faccia, con equilibrio razionale e con leale sincerità: "Ho sbagliato";
"Io qui muoio di fame".
Ma questa volta vogliamo soffermarci più a lungo sulla conclusione di questa vicenda,
narrata con tanta straordinaria finezza psicologica e letteraria (Luca 15, 11-32).
La conclusione non è una umiliazione o un rimprovero: è una festa grande e profonda.
È una Pasqua!
Il figlio non fa in tempo a dire tutto quello che ha preparato, perché il padre (ma
scriviamolo come va scritto: il Padre) va subito all'azione. Già lo ha visto di lontano:
lo aspettava.
Già gli è corso incontro: era impaziente e commosso. Già gli ha buttato le braccia al
collo e lo ha baciato: l'amore è la vera anima di questa storia. Sono ordini eccitati,
telegrafici: "Presto
, il vestito, l'anello, i sandali, il vitello
grasso
; facciamo festa
; questo mio figlio era morto ed è tornato in
vita
".
Chi è tornato in vita? Il figlio perduto. Ma chi lo ha risuscitato? L'amore del Padre.
L'amore del Padre ha rimesso il figlio nella sua naturale condizione: quella di prima,
quella nativa. È figlio, non servo. L'amore del Padre lo ha rifatto nuovo. È il miracolo
della Pasqua: la risurrezione. Non è un "restauro": è una nuova creazione; è
un nuovo "battesimo".
Non è però neanche un tocco di bacchetta magica. Il figlio ha ancora le cicatrici delle
vecchie ferite: ma l'amore le ha sanate, ne ha fatto ormai un motivo di gioia più grande.
Come le cicatrici del Crocifisso, diventate anch'esse gloriose nel Risorto.
Quanto a dignità, quanto a nobilità, quanto a grandezza, il figlio è ritornato quello
che era e che doveva essere. Ora può riprendere la vita di figlio, con un motivo più
forte per essere amato e per amare. "Per chi ama Dio tutto diventa bene"
scrive S. Paolo; "anche i peccati" aggiunge S. Agostino.
"E cominciarono a far
festa"
Efficacissima questa prima conclusione della parabola, perché dà il senso pieno di una
festa che tende a non finire più.
La vita eterna, infatti, è una festa che non finisce più; il ritorno non è quello di un
rientro temporaneo nella Casa del Padre, ma quello di una permanenza stabile, sicura,
eterna.
Probabilmente si tratta di riflettere meglio proprio su quest'ultimo punto. Non sempre noi
cristiani valutiamo abbastanza la grandezza del dono, che ci viene fatto con il Sacramento
della Penitenza. L'intendiamo come una "assoluzione", non come una "vita
nuova". Invece l' "as- soluzione", cioè la dichiarazione che siamo stati
perdonati dei nostri peccati, non è solo in funzione del passato, ma molto più in
funzione di un futuro. È la possibilità di un recupero di tutto ciò che si è perduto,
la possibilità di una crescita in grazia e santità. Il fatto che questo ci venga ridato,
se necessario più volte, non può essere il motivo per ripetere abitudinariamente una
storia di fughe e di ritorni. La miseria e la debolezza dell'uomo sono così grandi, le
tentazioni e le occasioni così forti e frequenti, che non dovremo noi stessi
scandalizzarci o perderci di fiducia. Quello che conta però è la nostra costante
volontà di ritornare sempre sinceramente al Padre. In altre parole il Sacramento della
Penitenza, per essere valido ed efficace, dev'essere sempre celebrato con le dovute
disposizioni, non con superficiale leggerezza. E questo anche quando ce ne serviamo per
domandare perdono di colpe che non ci hanno allontanato dalla Casa del Padre, ma che hanno
semplicemente raffreddato il nostro rapporto con lui.
"Questo tuo fratello era
morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".
La seconda parte della parabola narra l'atteggiamento del figlio maggiore nei riguardi del
fratello minore, che ha lasciato la casa del padre e ha sprecato tutti i suoi beni. Per
quello che riguarda lo scopo di questa nostra scheda, non ci fermeremo a parlarne. Ci
accontentiamo di farne solo motivo di una riflessione.
La celebrazione del Sacramento della Penitenza, riportandoci nella Casa del Padre, ci
riporta anche in quella pregustazione della vita del cielo, che è la Chiesa dei figli di
Dio che vive ancora sulla terra.
Il Sacramento della Penitenza ci riconcilia anche con la Chiesa terrena: è un
"ritorno a casa" che coinvolge tutti i membri della Chiesa. Non per niente il
perdono ci viene dichiarato dalla Chiesa terrena la quale lo fa per mezzo di un suo
rappresentante: il presbitero o prete.
Non c'è Sacramento che non abbia anche una dimensione comunitaria. La celebrazione di un
Sacramento non è mai privata. La conversione di uno è festa, è gioia di tutti. |