"La
nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo"
(lettera ai Filippesi 3,20). Con una affermazione di questo genere San Paolo può oggi
essere facilmente tacciato di illusione o di alienazione. Diceva l'astronauta russo di non
aver incontrato Dio lassù nei cieli, dove era stato lanciato con la navetta spaziale.
Il termine "cielo" (o cieli) non indica un luogo, quanto piuttosto una realtà e
una condizione diverse da quelle in cui oggi ci troviamo: è un termine che suggerisce un
"oltre", che corrisponde al compimento del progetto di Dio.
Come credenti, sappiamo esserci un riferimento preciso: l'umanità glorificata di gesù.
"Andare in cielo" significa partecipare pienamente e definitivamente alla gloria
del Cristo risorto e asceso al cielo. Perciò nel giorno dell'ascensione abbiamo pregato,
riconoscendo che "in Cristo, asceso al cielo, la nostra umanità è innalzata
accanto a te, o Dio, e viviamo nella speranza di raggiungere il nostro capo nella gloria".
A motivo di Gesù, il crocifisso risorto, è questa la nostra speranza: "La nostra
patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatori il Signore Gesù Cristo, il quale
trasfigurerà il nostro misero corpo per trasformarlo al suo corpo glorioso"
(Lettera ai Filippesi, cap. 3, vv. 20-21).
Conoscere la meta è decisivo anche per individuare la via e per assumere quello stile di
vita, che ci porta a compiere scelte adeguate alla nostra dignità e al fine che vogliamo
raggiungere.
Alla luce della fede, il vivere cristiano non è casuale, senza senso, senza scopo, e
neppure può essere decisivo in ambiti strettamente materiali e terreni; ma lo sguardo
spazia verso orizzonti più vasti, il cuore si allarga, l'impegno quotidiano si
caratterizza sempre più come atto di gratitudine, come dono, come dono d'amore. In questa
prospettiva sono logici i suggerimenti di San Paolo nel capitolo 4 della lettera ai
Filippesi:
- "rimanete saldi nel Signore" (versetto 1). E il rapporto che lega S.
paolo ai cristiani di Filippi è di una intensità straordinaria e di un affetto
commovente. Li chiama "fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia
corona".
- "andare d'accordo nel Signore" (versetto 2). La concordia e la
solidarietà costituiscono l'ambiente "naturale", in cui sviluppare la fede e
offrire la testimonianza cristiana.
- "rallegratevi nel Signore" (versetto 4). Se il Signore è con noi
sempre, non abbiamo ragione per rattristarci e per perderci d'animo. La sua presenza ci
sostiene, ci conforta, è la ragione solida della nostra fiducia e della nostra speranza.
Perciò l'apostolo aggiunge: "Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità
esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace
di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in
Cristo Gesù" (versetti 6-7).
- "In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro,
amabile, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri"
(versetto 8). Siamo a livelli di vita elevati, in cui la nostra umanità può esprimersi
al meglio. Essere cristiani e vivere da cristiani offre "una marcia in più":
dà possibilità che superano le nostre semplici capacità umane. E si contribuisce a
costruire una umanità più degna e un ambiente vitale più adatto per l'uomo, per ogni
uomo.
Nella lettera ai Filippesi, San Paolo più volte si presenta come modello da imitare, ma
senza mai fermare l'attenzione su se stesso, perché lo sguardo della fede deve sempre
posarsi sul Signore Gesù. L'apostolo non cerca alcunché per interesse personale;
dichiara la propria libertà interiore; "Ho imparato ad essere povero e ho
imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla
fame, all'abbondanza e all'indigenza" (versetto 12). E conclude: "Tutto
posso in colui che mi dà la forza" (versetto 13). |