PROCESSO
A GESÙ
di
Diego Fabbri (1911-1980)
Sembra incredibile, eppure è
successo. Negli anni '60 ero uno scolaretto, al quale veniva permesso di assistere ai
programmi trasmessi dalla Rai in quella che oggi si chiama la prima serata. Ma i programmi
di allora non erano certo le numerose idiozie che da troppo tempo imperversano nei canali
televisivi pubblici e privati e che rincretiniscono la gente.
Per quanto possa apparire inconcepibile, una sera del lontano 1967, intorno alle 21, venne
trasmesso il dramma teatrale di cui parleremo questo mese.
Un evento ancora più incredibile si verificò il giorno dopo, quando ne parlai con mio
cugino, che era uno scolaretto come me. Dico, vi rendete conto? Due bambini di 12 e 9 anni
che parlano di "Processo a Gesù"! È vero che non capimmo assolutamente nulla,
ma non si può avere tutto.
Non potevamo certo capire il significato di quello strano processo a Gesù, celebrato da
uomini moderni che vogliono stabilire se Cristo era innocente o colpevole secondo la legge
giudaica, se fu condannato ingiustamente e se "quella crocifissione fu soltanto una
dolorosa crudeltà umana o invece una colpa ben più grave, smisurata, che in qualche modo
ci segue".
Questa frase è di Elia, uno dei giudici, che più avanti pone un altro grande problema:
"Perché la naturale cattiveria degli uomini si è concentrata con tanta assiduità
proprio su noi ebrei? Perché da 2000 anni siamo stati perseguitati da tutti?".
Gli altri giudici sono Rebecca (la moglie di Elia), la figlia Sarah (vedova di Daniele,
morto per mano dei nazisti), il giovane David e un giudice improvvisato.
Sono i protagonisti di una vicenda che parte dal processo a Gesù per arrivare a toccare i
problemi personali, fino alla conclusione di Elia: "Non so ancora se Gesù di
Nazareth sia stato veramente quel messia che noi aspettavamo
non lo so
ma è
certo che lui, lui solo, alimenta e sostiene da quel giorno tutte le speranze del mondo! E
io lo proclamo innocente
e martire
e guida
".
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