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Lettere a don Lino |
Caro
don Lino,
le lettere aperte non si addicono molto ad esprimere ciò che uno sente nel profondo; per
fortuna, però, si può dire qualcosa anche stando in superficie. Ed è ciò che mi
accingo a fare con un unico, semplice obbiettivo: ringraziarti.
Tu sai bene che nel mio caso si tratta di un grazie, diciamo così, molto
"largo", ma qui cercherò di restringerlo a uno spazio che penso possa valere
per molti e che spero ti faccia piacere: grazie per la tua testimonianza di prete.
Non c'è bisogno che ti spieghi che testimoniare per noi cristiani è sempre un lasciarsi
guidare, un obbedire, un diventare a poco a poco maestri sapendo restare discepoli. Ebbene
nel tuo caso questa obbedienza, del tutto priva di calcoli e diplomazie, lascia trasparire
qualcosa di eroico. Naturalmente dovrai passare anche tu qualche lustro in Purgatorio (il
Signore è buono e misericordioso), ma non sarà certo perché nella tua vita hai evitato
gli ostacoli o perché hai posto al di sopra di tutto le tue comodità. Hai saputo
combinare umiltà e obbedienza con una tale passione per la verità, che qualche volta
può forse averti fatto perfino dimenticare la debolezza delle persone che ti stanno
attorno, ma che certo hai sempre pagato in prima persona e che comunque ti fanno apparire
per quello che sei: non un prete scomodo, ma semplicemente (si fa così per dire) un
prete, uno che ama Gesù Cristo e la sua Chiesa al di sopra di ogni altra cosa.
Cinquant'anni vissuti "da prete" sono veramente tanti. Tu li hai attraversati
con la cocciutaggine di un mulo, il tremore e la solitudine di un extracomunitario,
conservandoti ingenuo, indifeso e fiducioso come un bambino. Per me è un prodigio. Te ne
auguro di cuore altri cinquanta. |
Sergio
Belardinelli |
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Caro
don Lino,
si ricorda ???
du' oche andavano a be',
du' oche andavano a be' andavano a be' alla corte del re, du' oche, `n'oca, `n'ochina e
`n'ochetta andavano a be' alla corte del re, tre oche andavano a be'
e così
via, a volte arrivavamo a dieci e più oche, finché arrivavamo alla meta e scendevamo
dall'auto. Questo è un altro pezzo forte del non poco ampio repertorio di don Lino
cantante «rock», magari meno noto del famoso «Tarilla là», ma più efficace per
ingannare la noia e i conati di vomito dei bambini in macchina: di Maria prima, di Marco
soprattutto, dopo e qualche volta di Paolo. Non che sia capitato molto spesso, ma
abbastanza per fissare quei momenti canori come rivelatori di un altro aspetto del suo
carattere, il lato tenero e familiare di don Lino, che ho avuto la fortuna e il piacere di
conoscere e di apprezzare nelle pause dai miei, a lei noti, malumori e dalle mie corse
contro il tempo.
Ripenso a quei momenti come rappresentativi del suo atteggiamento nell'affrontare le varie
situazioni della vita: una certa leggerezza motivata dalla sua fondamentale capacità di
affidarsi e dall'ampiezza del suo orizzonte, accompagnata dalla grande determinazione nel
voler fare la propria parte in tutte le situazioni di bisogno. Anche quando queste sono
difficili e resta poco da fare, il suo atteggiamento rimanda sempre ad un'altra dimensione
e ad un altro tempo in cui sicuramente le cose si sistemeranno.
Sacerdote, cioè testimone di verità, lei per me lo è stato sicuramente; anche oggi
però vorrei poter fermare il tempo e pensare di avere ancora chissà quante occasioni di
questionare con lei sulle mie tante questioni irrisolte, per godere della sua ampia
cultura (la storia dell'arte, per esempio) e magari per convincerla ad essere meno
maschilista.
Consideri tutto questo una richiesta di appuntamenti cui non potrà sottrarsi e l'augurio
a lei di tanti altri anni di testimonianza non può che significare l'augurio per me, e
credo per tutta la comunità, di continuare ad averla con noi per altri cinquant'anni,
almeno. |
Cristina
Catapano |
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Caro
don Lino, quante me ne hai fatte vedere!
Hai cominciato a metterti tra i piedi che ancora non ero nato, sposando il 25 aprile di
molti anni fa mio padre e mia madre nella chiesa di San Marco. Tutto cominciò da lì,
perché fu anche in conseguenza di quel gesto che loro si amarono e che io venni al mondo.
I miei vivevano altrove, ma per volere di Dio nacqui a Pergola.
Subito tu ti misi di nuovo di mezzo e, come cappellano dell'ospedale, mi battezzasti.
Poi ci siamo, per così dire, persi un po' di vista: per una ventina di anni, anno più,
anno meno.
Intanto io crescevo e ben ricordo che il giorno di San Marco andavo con i miei a Venezia,
città della quale il santo è patrono. In quel giorno, come vuole un'antica tradizione
locale, mio padre, che non era certo prodigo di smancerie, regalava alla mamma un bocciolo
di rosa rossa: il "boccolo di San Marco", in segno di affetto.
La vita poi per me continuò così, tra studio, battaglie politiche e di vita
parrocchiale.
In un anno infausto, di quelli davvero senza sole, i miei morirono. Il funerale della
mamma lo celebrasti tu e io ascoltai nell'omelia le parole del Manzoni che oggi hai voluto
riportare anche nel ricordino del tuo 50° di sacerdozio: "Così, / dalle
squarciate nuvole / si svolge il sol cadente,/ e, dietro il monte, imporpora / il trepido
occidente: / al pio colono augurio / di più sereno dì"
Quello che mi colpì di quella celebrazione fu una ragazza, poco più che bambina , che,
con una voce meravigliosa, lesse la seconda lettura. Era il più sereno dì che si
affacciava. Qualche anno dopo la sposai.
Mio padre, nel letto di morte, mi aveva detto che uno dei due figli sarebbe dovuto andare
a Pergola. Mio fratello non volle e toccò a me.
Qui rividi quella fanciulla e non potei non amarla.
Era il 25 aprile, quando, nella chiesa di San Marco - un "boccolo" di rosa in
mano lei ed un piccolo vasetto di rose rosse davanti a ciascuno degli invitati - ci
sposasti.
San Marco.
Nella casa di San Marco, di fianco alla chiesa, avevi in quegli anni cercato a fatica di
mettere in piedi una Comunità di giovani alla quale anch'io partecipai. Con le mie idee.
Ci scontrammo. Spesso. Ma imparammo a stimarci. Molto io e spero un po' anche tu.
Ci trovammo poi di nuovo fianco a fianco nell'impegno civico: nelle battaglie per
l'ospedale e per i Bronzi. Lì imparai a conoscere la tua forza e la tua fede, sofferta e
matura.
E poi, in fine, La nostra Valle che hai strenuamente voluto e difeso e alla quale
ho cominciato a scrivere così, un po' per gioco, qualche anno fa. Anche lì, anzi qui, ci
siamo incontrati di nuovo. E chissà in quante altre occasioni ci incontreremo ancora. Tu
ed io, chissà.
Auguri don Lino. Auguri oggi! Buon cinquantesimo! E rimani tra i piedi: ormai, devo
confessarlo, a te mi sono anche un po' affezionato. |
Paolo
Fadelli |
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Caro don Lino,
Come compagni di scuola delle elementari, maestra Angelucci e maestro Ottalevi, vogliamo
festeggiare il tuo 50° di sacerdozio unendoci al coro di quanti, e sono tanti, ti stimano
e ti vogliono bene.
Benaugurando ricordiamo la tua bontà, la tua bravura e il momento in cui, seguendo la tua
vocazione, ci hai lasciati per frequentare il ginnasio nel seminario di Cagli.
Con grande felicità, dopo molti anni, sei tornato tra noi per impegnarti con tutte le tue
energie e con la fede che ti distingue per la crescita religiosa e civile di noi
pergolesi.
Indimenticabile resterà il tuo impegno offerto, secondo coscienza, nelle rivendicazioni
di questa nostra popolazione.
Voglia Iddio, che la tua preziosa opera possa continuare per molto tempo ancora.
Un abbraccio. |
Domenico
Orciari
Giuseppe Patacconi
Primo Pierantoni
Amedeo Refi
Mario Rossi |
Mario
Bartolucci
Alberto Bencivenni
Secondo Bompani
Giuseppe Caverni
Giorgio Drago |
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