"IL
CASTELLO"
di
Franz Kafka (1883 - 1924)
In un mondo dominato dal caso la
speranza non esiste.
Qualcuno vuol vedere a tutti i costi un barlume di speranza nel "castello",
romanzo rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1926.
Si pensa che Kafka abbia immaginato un finale meno tragico rispetto al
"Processo", un finale in cui al protagonista non viene annientato senza motivo,
ma muore di esaurimento.
Certo, come finale che invita alla speranza non c'è male.
È vero che l'atmosfera del "Castello" non è la stessa del "Processo"
e la vicenda narrata non è così sconvolgente.
Ma ci troviamo sempre in un contesto apparentemente normale, dove per motivi
incomprensibili, si mettono in moto meccanismi folli che portano a vivere situazioni
angoscianti, delle quali non si capisce il motivo e non si vede la via d'uscita.
Secondo il mio modesto parere Kafka vuole che in noi non si insinui un dubbio: e se
fossimo già all'inferno? Prendiamo la trama del "Castello": un agrimensore
(dallo Zingarelli: colui che esercita professionalmente l'agrimensura, cioè la
rilevazione, la rappresentazione cartografica e la determinazione della superficie agraria
dei terreni) arriva in un villaggio governato da un misterioso conte che vive in un
immenso castello.
L'agrimensore intende esercitare la propria professione nelle terre del conte, ma incontra
delle difficoltà incredibili.
A poco a poco il castello diventa una tremenda trappola che lo porta allo sfinimento.
Ecco, questo è l'inferno di Kafka: quello creato da un mondo che considera l'uomo un
essere insignificante ed è indifferente alla sua esistenza, ai suoi desideri, ai suoi
sentimenti e alla sua sofferenza.
Un mondo senza speranza.
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