L' amicizia e la
gentilezza della Dott.ssa Montevecchi e del Prof. Scarpellini mi hanno chiesto di portare
un contributo a questo Convegno, quale pergoleseche ama il patrimonio artistico della
propria città e quale rappresentante del Clero, che si trova a essere custode di tanta
parte di questo patrimonio.
Ho accettato l'invito, anche se mi sono domandato quale tipo di
contributo avrei potuto portare io, che nel vastissimo campo dell'arte so di essere
soltanto un dilettante, un autodidatta, mentre nell'arte del dire mi sento più portato,
come prete, a fare dei sermoni religiosi, che qui, però, sarebbero fuori luogo. Ho
pensato che la soluzione più ragionevole poteva essere quella di tentare una lettura -
"una", non l'unica! - di questo cospicuo patrimonio dell'arte del legno,
domandandomene il senso, il significato, dato che si tratta non di un'arte qualsiasi, ma
di un'arte a servizio della religione cristiana
Questa riflessione, poi, mi ha richiamato a un'altra, che tante volte mi è capitato di
fare: è molto opportuno ed è tanto gratificante, nella lettura di un'opera artistica,
entrare, per quanto è possibile, dentro il pensiero, la volontà, il sentimento, direi la
"spiritualità" dell'autore.
Posso provare a rendere questo esercizio. Ed ecco questo modesto contributo.
Il legno. Certo è che, dal punto di vista
religioso, il legno ha una sua "dignità" teologica, che lo eleva di colpo al di
sopra della sua povertà e della sua fragilità di materia soggetta agli insulti del tempo
e delle forze della natura
Viene da una creatura viva (mi è tornato in mente un
sonetto del poeta Giacomo Zanella, Il ciliegio, nel quale il legno della biblioteca
dell'autore prende la parola e rievoca la sua vita di albero che ha goduto del sole,
combattuto con i venti, portato fiori e frutti); è creatura di Dio (i Salmi cantano più
di una volta il fremito delle foreste).
È dono di Dio - dice il libro dell'Esodo - l'arte di intagliare e di scolpire il legno; l'homo
faber della cultura classica trova il suo corrispettivo teologico nell'Incarnazione
del Figlio di Dio, che si fa Filius fabri e che innalza il legno alla sfera divina
di strumento di salvezza (Attulit mortem; Attulit vitam - c'è scritto
nell'altare maggiore di S. Francesco: Portò la morte - Portò la vita); il legno
che ha portato la morte (l'albero del Paradiso terrestre) diventa, grazie alla Croce di
Cristo, il legno della vita, il legno della risurrezione - Regnavit a ligno Deus -.
"Nessuna selva - si canta il Venerdì Santo - ne produce uno simile di
rami, fiori e frutti".
L'arte. L'arte religiosa prende questa creatura e se ne
serve per la gloria di Dio, innanzitutto.
E poiché è figlia, quest'arte, della natura, ecco che l'arte - afferma Dante - a Dio
quasi è nepote. Dio Creatore è la Bellezza: tutto deve essere usato per cantare la
divina bellezza.
Il legno fornisce materiale per questo inno: dalle opere più umili, ornamentali o a
servizio del culto (cornici - penso alle splendide cornici tardorinasc imentali e barocche di S. Biagio -, candelieri,
raggiere - penso a quella dell'abside della Cattedrale - , baldacchini - la
fastosa macchina processionale dei santi Patroni - , tabernacoli, confessionali -
molto belli quelli del Duomo e di S. Francesco - ), su su fino a opere di grande
importanza, come i dossi degli altari - il Duomo di Pergola ne ha di elegantissimi,
tra i più belli e armoniosi che io abbia mai visto in giro per il mondo - ; ancor più
su, a raffigurare santi, angeli, Maria, Cristo, lo Spirito Santo, il Padre - anche in
questo settore Pergola è particolarmente ricca - (penso al mio carissimo S. Vitale, la
statua che ho contemplato fin da fanciullo, e all'Immacolata di S. Francesco, la statua
che mi ha affascinato al di sopra di ogni altra.
Il legno si riveste di colori, si ricopre di lamine d'argento e d'oro, diventa narrazione
e rappresentazione, in intarsio o a rilievo, nell'arte di tradurre in immagini o in
simboli la potenza, lo splendore, la santità di Dio
Le statue. Mi è riuscita assai interessante, poco
tempo fa, il 2 settembre, la pagina Cultura e Religione" del quotidiano Avvenire.
Esponeva alcune battute della polemica suscitata in Italia dall'articolo di un liturgista,
padre Riccardo Barile, sulla "Rivista di pastorale liturgica", dal titolo
"Immagini e statue tra idolo e segno". Il Barile auspica che le chiese vengano
liberate dalle troppe statue, mettendo quelle artistiche in appositi musei e privilegiando
le opere pittoriche.
La pittura - sostene - è più vicina alla "grafia", alla scrittura (e perciò
alla Sacra Scrittura, alla Bibbia); la terza dimensione, propria della scultura,
conferirebbe all'opera d'arte un nostro modo umano di sentire, più materiale, che
l'allontanerebbe dallo stile biblico, cioè dalla Rivelazione e l'avvicinerebbe all'idolo.
Tra quelli che propendono a favore di questa ardita "proposta" e quelli che si
dichiarano espressamente contrari, mi è parsa emergere una posizione di equilibrio.
La fe de nell'Incarnazione di Dio ha portato la Chiesa a
rifiutare come eretica la dottrina della "Iconoclastia"; la scultura deve avere
nei luoghi di culto legittima presenza.
Occorre invece liberare le chiese dalle opere brutte, dozzinali, commerciali, messe lì
senza un vero progetto educativo; il vero problema è quello della misura, della
collaborazione (che il più delle volte oggi non c'è) tra architettura e arti decorative
e, su un altro versante, è quello della formazione e della catechesi, per evitare ogni
forma di materializzazione e di superstizione.
L'uomo ha bisogno di raffigurare in modo a lui conveniente ciò che è invisibile,
spirituale, così come esprime, anche attraverso la sua corporeità ciò che, di per sé,
non è visibile e non sempre è esprimibile: pensiero, sentimenti, amore, fede
Il mistero può essere espresso in simboli (e quanto è utile e opportuna la
conoscenza - e l'uso - di questi simboli!) - la conoscenza della iconografia è
indispensabile per intendere l'arte religiosa - e, dato che è diventato
"evento", storia, il mistero può e deve essere "raffigurato" con
immagini e scene, che lo "svelano e ri-velano". Non vuol essere questo un giuoco
di parole, ma una interpretazione di quel fenomeno - così comune a Pergola - delle statue
lignee "velate e ri-velate" da tele dipinte, quasi allo scopo di accendere nel
fedele il desiderio di vedere l'invisibile.
Il mistero diventa più accessibile, se presentato con i mezzi più consoni alla natura
umana, che è fatta di anima e di corpo.
E qui un'ultima riflessione.
Quale scopo ha avuto quest'arte? Certo c'è stato da parte di tanti artigiani il bisogno
di lavorare, per guadagnare e per vivere.
C'è stata una gara tra i tanti committenti (Ordini Religiosi; Confraternite; famiglie
patrizie
) per avere la chiesa o l'altare più bello e splendente
L'uomo porta in tutto il peso dei suoi limiti e delle sue debolezze. Ma faremmo male a
leggere queste realtà con le categorie mentali o i pregiudizi ideologici dei nostri
giorni

Talvolta mi diverto quando, di fronte a una statua che mi è cara dalla mia fanciullezza e
che ai devoti sembra - ed è! - veramente bella, l'Immacolata di Jacopo Piazzetta, sento
interpretazioni del tutto contrastanti
: una dama, una zingarella, una
ballerina
Per comprenderne bene il significato bisognerebbe conoscere la simbologia
con la quale l'Apocalisse vede la Donna, vestita di sole, coronata di stelle, con la luna
sotto i suoi piedi
Certe sculture religiose sono prima di tutto espressione di fede e catechesi per il popolo
cristiano (la Bibbia dei poveri!). Sono a lode di Dio e a servizio del popolo.
Anni fa, visitando lo splendido Duomo di Barga, presso Castelvecchio Pascoli, nella
Lucchesia, mi ha colpito una lapide, che riportava un brano di Giovanni Pascoli: "Ai
tempi dei tempi, avanti il Mille, i barghigiani campavano di castagne. Fecero il Duomo.
«Che in casa mia io salti da un travicello all'altro
Ma il Duomo ha da essere
grande
». Dicevano: «Piccolo il mio, grande il nostro! »".
Se è una lettura esatta - e i poeti spesso hanno intuizioni che non a tutti è dato di
avere - forse è per questo che a Pergola abbiamo tante chiese con tante opere d'arte, che
noi stessi talvolta non conosciamo e non apprezziamo. Magari diciamo: "A che servono?
demoliamolo; affittiamo; vendiamo
!" Purtroppo viviamo in un tempo in cui
qualcuno può presumere di fare impunemente il bagno in una fontana del Bernini come fosse
sua proprietà privata!
Dovremmo invece ritornare a vedere l'arte come ricchezza di tutta la Comunità. «Piccolo
il mio, grande il nostro! » |