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  Riflessioni...

di   Eugenio Marcucci

 

Qui, ormai, c'è un bollettino di guerra alla settimana: 40 morti, 51 morti, 54 morti, 64 morti... Una progressione inarrestabile. Il bilancio di ogni week-end vacanziero fa accapponare la pelle: sembra che gli automobilisti si giochino la vita come alla roulette russa, affidandosi al caso.
Partire è un po' morire, recita un vecchio proverbio. La realtà si è incaricata di confermare il detto popolare. Partire è morire davvero.
E' così drammaticamente dimostrato che gli annunci "terroristici" fatti, alla vigilia del "grande esodo", dai responsabili della sicurezza non hanno dato i risultati sperati. I limiti di velocità, gli "autovelox" piazzati a tradimento nei punti meno sospetti, gli agenti appostati dietro gli alberi e pronti a spuntare all'improvviso agitando la terribile paletta rossa e bianca, si sono rivelati acqua fresca. Un'alluvione di multe, questo sì, ma a guadagnarci sono state solo le esangui casse dello Stato non il traffico.
Vedrete che di fronte alla strage continua si scateneranno i sociologi, gli psicanalisti, gli studiosi del comportamento, per spiegare il perché e il percome di quello che è successo e succederà ancora. Verrà fuori che è tutta colpa della mancanza di valori, soprattutto nei giovani; del desiderio di autodistruzione; del cattivo esempio degli Schumacher del sabato sera portati a scambiare qualsiasi striscia d'asfalto per la pista dell'autodromo di Monza.
Credo, invece, che molto dipenda dalla prevenzione. Certi ragazzi, sull'esempio dei loro sconsiderati genitori, vedono l'automobile come uno "status symbol" e con "un tigre nel motore" si sentono i padroni del mondo. Il sorpasso è una vittoria, una dimostrazione di superiorità. E più pericoloso è, meglio è. Se qualcuno ardisce superarli la prendono come un'offesa o, più precisamente, una sfida. Hanno il cervello nei piedi, cioè nell'acceleratore. Ignorano che l'automobile è soltanto un mezzo di trasporto fatto non per esibirsi ma per andare da un posto all'altro, possibilmente senza uccidersi durante il tragitto. Le regole andrebbero insegnate a scuola, fin dalle elementari, come stabilisce il codice della strada in vigore. Ma pochi se ne occupano.
I punti più pericolosi della rete dovrebbero essere presidiati da pattuglie con il compito di prevenire incidenti. Invece si interviene quando ormai la frittata è fatta.
Quanto ai limiti di velocità, il nostro paese ne ha un campionario invidiabile. I cartelli fioriscono come funghi ed è frequente il caso di segnali abbandonati per mesi, ai lati della carreggiata, dopo che vi si sono svolti dei lavori. Bisognerebbe, in certi tratti, andare anche a 10 all'ora. Ve l'immaginate?
Più velocità, più pericolo. E' questo lo slogan che ormai ci è entrato in testa. Ma anche andare come una tartaruga dove non serve può essere molto rischioso.

La conclusione? Eccola. Polizia e Carabinieri non dovrebbero fare come il cacciatore acquattato dentro un capanno e pronto a impallinare il malcauto passero che ha la disgrazia di svolazzargli davanti. Farebbero bene a mostrarsi e a sorvegliare la circolazione prima che gli incidenti avvengano.
E i ministeri dell'Interno, dei Lavori Pubblici e dei Trasporti, ai quali spetta di garantire la sicurezza, dovrebbero imporre (e pagare) corsi di educazione stradale agli alunni perché si impara da piccoli.
Un discorso a parte meriterebbe, poi, l'educazione in generale, i cui principi Monsignor della Casa, quattro secoli fa, cercò di dettare ai suoi contemporanei e che Don Luigi Baù ha ricordato, recentemente, su "La nostra Valle". Le norme sono sempre le stesse, sia a tavola sia sulla strada: rispetto per gli altri, tolleranza, senso della misura, disponibilità, e via elencando.
Una persona bene educata, e che si comporti come tale anche al volante, difficilmente ci rimette la vita.

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