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VIENI AL PADRE
Schede di Catechesi di Don Lino Ricci

9a SCHEDA

 

Il nostro cammino in questo "Anno del Padre" si è finora strutturato in tre tappe: Contemplazione (Dio, pienezza della verità e dell'amore); Ritorno (Dobbiamo ritornare al Padre); Riconoscimento ("Siamo suoi figli"). Concludiamo quest'ultima tappa, che ci ha presentato due aspetti del nostro "essere figli" (somiglianza e imitazione), con un'ultima scheda: "Comunione". Siamo fatti per vivere in comunione con il Padre.

"Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di Lui" (Giovanni 14, 23).

Se la somiglianza fa parte del progetto con il quale il Padre ha creato la nostra natura ("Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza"); se l'imitazione del Padre ("Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli") è la risposta di cui Dio ci rende capaci e di cui scopriamo i segni nella nostra sete di verità, nella nostra fame di giustizia, nella nostra esigenza di amore, nella nostra aspirazione a vincere la morte, la logica conclusione di questo dono è proprio quella del nostro entrare a far parte della famiglia divina. Siamo destinati a vivere in comunione con il Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo.
Gesù ce ne dà la garanzia con la sua parola.
Potenzialmente vive questa "comunione" ogni essere umano, perché la chiamata alla salvezza è universale; di diritto la vive ogni battezzato, perché è realmente "innestato" in Cristo; di fatto la possiede chi non la rifiuta con il peccato ("Se uno mi ama, osserverà la mia parola…e noi verremo a lui…").
Questa "condizione divina" dell'uomo è già profeticamente prefigurata dalla vita in un "paradiso terrestre", stato iniziale, stupendo, ma non definitivo dell'umanità. Sarà realizzata in pienezza nella vita eterna, perché avrà raggiunto lo stadio finale, definitivo, non più turbato dalla paura del nostro limite e dell'uso sbagliato della nostra libertà. È il "Paradiso" che ci aspetta.
Ma la possediamo realmente fin d'ora, sulla terra, nella condizione attuale di uomini "salvati", "redenti" da Cristo, anche se non la "vediamo" ancora, anche se non abbiamo la sicurezza di una raggiunta impeccabilità.
La dimensione esatta di questa nostra condizione è proprio Cristo, Uomo-Dio, che manifesta totalmente il suo essere divino e immortale quando giunge alla gloria della risurrezione.

"Riconosci, cristiano, la tua dignità!": è la famosa esortazione del grande pontefice Leone I, in una omelia del Natale.
La riflessione che dovremmo fare prima di ogni altra è proprio quella di ammettere che noi cristiani, pur avendo la luce della Parola di Dio, non ci conosciamo abbastanza.
Prendiamo a conferma la bellissima Prima lettera di Giovanni, capitolo 3, nella quale l'apostolo, con il suo stile inconfondibile, spirituale, esprime con chiara trasparenza la nostra condizione reale.

"Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui" (v 1).
Per "mondo" Giovanni intende tutti coloro che si lasciano prendere dallo spirito del male: non conosce Dio chi non lo ama. Non conosce Dio chi vive in peccato. Chi non conosce l'amore di Dio non può neanche conoscere che cosa egli opera in noi. Purtroppo anche noi cristiani, spesso, non conosciamo Dio e, per conseguenza, non conosciamo neanche noi stessi.
L'apostolo insiste: "Noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (v 2). Dunque quello che noi già siamo, non si vede ancora, ma dovrà diventare "rivelato".
Non saremo noi, però, a manifestarci: sarà Dio che si manifesta; e noi, vedendolo "come Egli è", saranno manifestati da Lui per quel che siamo: esseri "simili a Lui", "trasfigurati" in Lui, partecipi della sua divinità, in comunione piena con Lui.
"Riconosci, cristiano, la tua dignità _ prosegue S. Leone Magno _ e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna".

Vale la pena di sottolineare come da una conoscenza chiara e convinta di quanto sia divinamente grande lo stato, al quale Dio ci ha destinato ed elevato, scaturisce non solo la consapevolezza di dover fuggire il peccato, ma una carica positiva di coraggio, di impegno, di gioia nell'affrontare la vita.
I santi, con le svariate esperienze vissute in tempi, luoghi, circostanze diversi, ri-
mangono i modelli esaltanti di quanto l'essere e il vivere da "figli di Dio" contribuisca a rendere nobile e fruttuosa l'esistenza di un essere umano, chiunque esso sia e in qualunque condizione si trovi. È un cambiare la vita "da così a così".
Questo "di più" di luce, questo "di più" di "essere", rende capaci di compiere opere straordinarie e nel lavorare e nel donare e nel soffrire. Si chiama "grazia", dono gratuito, ed è testimoniato dalla storia cristiana come realtà concreta e non come sogno illusorio. Allora si capisce come persone deboli, fragili, comuni abbiamo potuto dire: "Nulla è impossibile a Dio" e dichiarare: "Tutto posso in colui che mi dà forza".
È veramente consolante scoprire _ e a questo punto possiamo concludere con le parole di Leone Magno _ che, per sé, "nessuno è escluso da questa felicità… Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita".
E se ne facessimo la prova?

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