Il nostro cammino in questo "Anno del Padre" si è finora
strutturato in tre tappe: Contemplazione (Dio, pienezza della verità e
dell'amore); Ritorno (Dobbiamo ritornare al Padre); Riconoscimento
("Siamo suoi figli"). Concludiamo quest'ultima tappa, che ci ha presentato due
aspetti del nostro "essere figli" (somiglianza e imitazione), con un'ultima
scheda: "Comunione". Siamo fatti per vivere in comunione con il Padre.
"Se uno mi ama,
osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora
presso di Lui" (Giovanni 14, 23).
Se la somiglianza fa parte
del progetto con il quale il Padre ha creato la nostra natura ("Facciamo l'uomo a
nostra immagine e somiglianza"); se l'imitazione del Padre ("Siate
perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli") è la risposta di cui
Dio ci rende capaci e di cui scopriamo i segni nella nostra sete di verità, nella nostra
fame di giustizia, nella nostra esigenza di amore, nella nostra aspirazione a vincere la
morte, la logica conclusione di questo dono è proprio quella del nostro entrare a far
parte della famiglia divina. Siamo destinati a vivere in comunione con il Padre,
per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo.
Gesù ce ne dà la garanzia con la sua parola.
Potenzialmente vive questa "comunione" ogni essere umano, perché la chiamata
alla salvezza è universale; di diritto la vive ogni battezzato, perché è realmente
"innestato" in Cristo; di fatto la possiede chi non la rifiuta con il peccato
("Se uno mi ama, osserverà la mia parola
e noi verremo a lui
").
Questa "condizione divina" dell'uomo è già profeticamente prefigurata dalla
vita in un "paradiso terrestre", stato iniziale, stupendo, ma non definitivo
dell'umanità. Sarà realizzata in pienezza nella vita eterna, perché avrà raggiunto lo
stadio finale, definitivo, non più turbato dalla paura del nostro limite e dell'uso
sbagliato della nostra libertà. È il "Paradiso" che ci aspetta.
Ma la possediamo realmente fin d'ora, sulla terra, nella condizione attuale di uomini
"salvati", "redenti" da Cristo, anche se non la "vediamo"
ancora, anche se non abbiamo la sicurezza di una raggiunta impeccabilità.
La dimensione esatta di questa nostra condizione è proprio Cristo, Uomo-Dio, che
manifesta totalmente il suo essere divino e immortale quando giunge alla gloria della
risurrezione.
"Riconosci, cristiano, la tua dignità!": è la famosa esortazione del
grande pontefice Leone I, in una omelia del Natale.
La riflessione che dovremmo fare prima di ogni altra è proprio quella di ammettere che
noi cristiani, pur avendo la luce della Parola di Dio, non ci conosciamo abbastanza.
Prendiamo a conferma la bellissima Prima lettera di Giovanni, capitolo 3, nella quale
l'apostolo, con il suo stile inconfondibile, spirituale, esprime con chiara trasparenza la
nostra condizione reale.
"Quale grande amore ci ha
dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione
per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui" (v 1).
Per "mondo" Giovanni intende tutti coloro che si lasciano prendere dallo spirito
del male: non conosce Dio chi non lo ama. Non conosce Dio chi vive in peccato. Chi non
conosce l'amore di Dio non può neanche conoscere che cosa egli opera in noi. Purtroppo
anche noi cristiani, spesso, non conosciamo Dio e, per conseguenza, non conosciamo neanche
noi stessi.
L'apostolo insiste: "Noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non
è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo
simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (v 2). Dunque quello che noi
già siamo, non si vede ancora, ma dovrà diventare "rivelato".
Non saremo noi, però, a manifestarci: sarà Dio che si manifesta; e noi, vedendolo
"come Egli è", saranno manifestati da Lui per quel che siamo: esseri
"simili a Lui", "trasfigurati" in Lui, partecipi della sua divinità,
in comunione piena con Lui.
"Riconosci, cristiano, la tua dignità _ prosegue S. Leone Magno _ e, reso partecipe
della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta
indegna".
Vale la pena di sottolineare come da una conoscenza chiara e convinta di quanto sia
divinamente grande lo stato, al quale Dio ci ha destinato ed elevato, scaturisce non solo
la consapevolezza di dover fuggire il peccato, ma una carica positiva di coraggio, di
impegno, di gioia nell'affrontare la vita.
I santi, con le svariate esperienze vissute in tempi, luoghi, circostanze diversi, ri-
mangono i modelli esaltanti di quanto l'essere e il vivere da "figli di Dio"
contribuisca a rendere nobile e fruttuosa l'esistenza di un essere umano, chiunque esso
sia e in qualunque condizione si trovi. È un cambiare la vita "da così a
così".
Questo "di più" di luce, questo "di più" di "essere",
rende capaci di compiere opere straordinarie e nel lavorare e nel donare e nel soffrire.
Si chiama "grazia", dono gratuito, ed è testimoniato dalla storia cristiana
come realtà concreta e non come sogno illusorio. Allora si capisce come persone deboli,
fragili, comuni abbiamo potuto dire: "Nulla è impossibile a Dio" e dichiarare:
"Tutto posso in colui che mi dà forza".
È veramente consolante scoprire _ e a questo punto possiamo concludere con le parole di
Leone Magno _ che, per sé, "nessuno è escluso da questa felicità
Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è
offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita".
E se ne facessimo la prova? |